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Pellestrina, Giorgio Foresto: due vite, un solo artista

gvonline 9 Agosto 2026 5 minuti letti
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C’è una storia che per oltre cinquant’anni è rimasta nascosta tra le calli e le barche di Pellestrina. È quella di Giorgio De Gaspari, uno dei più importanti illustratori italiani del Novecento, che nel 1970 sparì improvvisamente da Milano per rifarsi una vita in laguna con il nome di Giorgio Foresto. Oggi quella vicenda è al centro del docufilm “Foresto – Sole Scuro“, diretto da Giuseppe Andreatta, arrivato alla fase finale di lavorazione e sostenuto da una campagna di crowdfunding per completarne il montaggio e accompagnarlo verso il circuito dei festival internazionali del 2027. Accanto al regista c’è lo scrittore Giovanni Scarpa, che da quella storia è rimasto affascinato fin da bambino.

Scarpa, quando ha incontrato per la prima volta Giorgio Foresto?

Per me non è mai stato un personaggio da scoprire sui libri. Faceva semplicemente parte del paesaggio di Pellestrina. Da bambino vedevo questo uomo anziano, con la barba, trasandato, che tutti chiamavano Giorgio Foresto, senza sapere davvero chi fosse. Ma soprattutto vedevo la sua palafitta-atelier, costruita proprio davanti a casa mia. È cresciuta insieme a me. Ogni giorno la guardavo chiedendomi cosa fosse quel posto così strano. Credo che tutto sia nato da quella curiosità infantile.

II regista Giuseppe Andreatta, autore del docufilm “Foresto – Sole Scuro

Ci sono ricordi che ancora oggi conserva nitidamente?

Ce ne sono due che porto dentro da sempre. Il primo risale a quando giocavamo a pallone in piazza, nelle estati di Pellestrina, praticamente scalzi e seminudi. Foresto arrivava alla fontana con grandi taniche per raccogliere l’acqua. Ricordo che si lamentava perché la fontana lasciava scorrere continuamente l’acqua e diceva: «Guardate, quest’acqua viene sprecata, io invece la sto salvando». Avevo pochi anni, ma quella frase mi colpì. Mi fece capire che si poteva guardare la realtà da un’altra prospettiva. L’altro ricordo è notturno. Con gli amici ci fermavamo spesso davanti alla laguna ad ascoltare il rumore delle barche. Sulla palafitta c’era uno specchio sistemato sul tetto. Quando la luna passava sopra l’atelier, la sua luce si rifletteva nello specchio e poi nell’acqua. Anche le stelle sembravano moltiplicarsi. Per me quel posto diventava ancora più misterioso. Pensavo: “Chi vive in un luogo così?“. Era davvero un’isola dentro l’isola.

Quando quella curiosità è diventata una vera ricerca?

Durante l’università. Avevo pensato perfino di dedicargli la tesi di laurea. Il mio professore però mi disse che non esisteva alcuna bibliografia e che, se avessi voluto studiarlo, avrei dovuto essere io a scrivere il primo libro. Alla fine la tesi l’ho fatta su Hugo Pratt, ma quella risposta mi ha dato la spinta per iniziare a indagare su Foresto.

Lei però non ha fatto in tempo a intervistarlo personalmente.

Purtroppo no. Quando decisi di approfondire la sua storia era ormai anziano e nel 2012 morì. Cominciai a incontrare i suoi amici: il barbiere, il fruttivendolo, i pescatori, tutte quelle persone che per quarant’anni avevano condiviso pezzi della sua vita senza sapere davvero chi fosse. È iniziata una lunga caccia ai ricordi che continua ancora oggi.

Che cosa emergeva da quei racconti?

Nessuno conosceva il suo passato. Tutti però erano concordi nel dire che dipingeva in maniera straordinaria. Poi, tempo dopo, alcuni suoi vecchi amici milanesi ci aiutarono a ricostruire la sua vera identità. Successivamente arrivò anche un giornalista del Corriere della Sera che contribuì a fare luce sulla vicenda.

Che effetto le fece scoprire che quel “barbone“ era in realtà un artista famoso?

Paradossalmente non rimasi sorpreso. Dentro di me avevo già capito che non poteva essere una persona qualunque. Quando ho scoperto che era Giorgio De Gaspari ho semplicemente pensato: adesso tutto trova il suo posto. Certo, da quel momento si è aperta un’altra ricerca, che mi ha portato anche a Milano per ricostruire la sua vita precedente.

Lo scrittore Giovanni Scarpa, che ha raccolto la storia di Giorgio Foresto (in apertura un suo autoritratto)

Che uomo era davvero Giorgio Foresto?

Una persona fuori dal comune. Poteva spaventare il suo aspetto, ma bastava parlarci per accorgersi di avere davanti un uomo coltissimo. Parlava diverse lingue, leggeva continuamente, conosceva l’arte in modo straordinario. Aveva anche un’intelligenza ironica. Il barbiere gli diceva: «Giorgio, dovresti lavarti, puzzi». E lui rispondeva: «Sei tu che puzzi di profumo».

Anche il suo talento sorprendeva tutti.

Assolutamente. Un amico lo vide disegnare un cavallo senza modello e gli chiese come fosse possibile. Foresto rispose con naturalezza: «Conosco a memoria tutte le 205 ossa del cavallo». Oppure rifiutava di fare ritratti su commissione, ma bastava vedere passare una mamma con un bambino e, all’improvviso, regalava un ritratto perfetto.

Quanto è stata importante Pellestrina nel custodire la sua memoria?

Fondamentale. Senza rendersene conto, gli abitanti dell’isola hanno conservato i suoi quadri, i suoi disegni, i suoi ricordi. Lo hanno accolto senza chiedergli chi fosse. È rimasto sempre “Foresto“, lo straniero, ma nello stesso tempo è diventato uno di loro. Lui stesso scriveva di sentirsi “più che mai foresto, ma anche un po’ pellestrinotto“.

Che cosa spera lasci il documentario al pubblico?

Mi piacerebbe che le persone uscissero dal film con uno sguardo diverso. Questa vicenda mi ha insegnato che anche la persona più marginale può custodire un tesoro. L’arte ha questa capacità straordinaria: prende ciò che pensiamo di conoscere e ce lo restituisce con colori nuovi. È successo anche a me. Dopo aver conosciuto davvero Foresto, ho guardato la mia isola in modo diverso.

Il film è ora sostenuto da una campagna di crowdfunding. Perché partecipare?

Non mi piace parlare di una raccolta fondi come di una richiesta d’aiuto. Preferisco pensare che chi contribuisce entri a far parte di questa storia. È una caccia al tesoro fatta di memoria, arte e umanità. Noi siamo soltanto i primi ad aver riportato alla luce questa vicenda, ma sono convinto che abbia ancora tantissimo da raccontare. Chi decide di sostenerla contribuisce a restituire voce a un artista straordinario e, insieme, a un pezzo di memoria della nostra laguna.

Stefano Nava

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