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La famiglia Tripodi: «I nostri bimbi in affido: così restituiamo amore»

gvonline 11 Agosto 2026 7 minuti letti
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Andrea ed Elisa

Per la famiglia Destà-Tripodi, l’amore non è mai stato un concetto astratto, quanto piuttosto una chiamata concreta all’azione. Nel cuore della Laguna, la scelta di aprire le porte di casa all’affido familiare trova le sue radici profonde in una fede solida, incrollabile, che la coppia testimonia nel proprio quotidiano: un cammino tracciato dall’insegnamento di Gesù e da quella Parola del Vangelo che invita a donarsi agli altri con generosità, senza riserva alcuna. Per Elisa Destà e Andrea Tripodi, veneziani doc, la fede non è un semplice ornamento spirituale, ma la vera bussola che ha orientato e continua a guidare ogni loro singola scelta. Sono le “sentinelle” e l’“anima” della Casa San Giuseppe a Castello, dove risiedono ormai dal 2021, che offre una serie di servizi per le persone bisognose, quali mensa per i poveri e Centro di ascolto della Caritas diocesana. «C’è chi nell’affido ci vede una giustizia sociale. La stessa che tocchiamo con mano anche noi, certo, ma allo stesso tempo riusciamo a vederci anche molto altro proprio grazie alla nostra fede. È un percorso di bene più grande, che noi abbiamo intravisto all’interno della Chiesa», affermano entrambi. 

Lei 43 anni, dipendente in un supermercato in città, lui 44, vicepresidente della cooperativa sociale “Fondamenta”, impegnato a lavorare a stretto contatto con i ragazzi disabili ospiti del centro diurno, ripercorrono le origini di un percorso portato avanti con grande consapevolezza, coinvolgendo anche i loro quattro figli biologici: Ferdinando (20 anni), Sofia (19), Annachiara (12) ed Edoardo (7). Insieme a loro c’è Ambra (nome di fantasia), arrivata in casa nel gennaio del 2023 e che a settembre compirà 4 anni. Un affido che ha portato la coppia ad aggiungere un ulteriore tassello alla propria esperienza, scegliendo di accogliere una bambina che, almeno inizialmente, aveva una situazione clinica piuttosto delicata, oggi fortunatamente rientrata. «Tutto è cominciato chiedendoci che cosa siamo davvero capaci di fare: all’epoca ero senza lavoro e abitavamo in una casa che iniziava ad essere stretta per la nostra famiglia. La risposta che ci siamo dati – spiega Andrea – è stata questa: siamo capaci di voler bene. Così ci siamo domandati attraverso quale modalità avremmo potuto esprimere questa nostra capacità e abbiamo capito che essere famiglia per chi non ce l’ha e per chi vive una situazione di difficoltà avrebbe potuto essere un buon modo di voler bene veramente». Il tutto nel segno della “Papa Giovanni XXIII” nata da don Oreste Benzi, nella quale la famiglia Destà-Tripodi ha sempre riconosciuto il proprio ideale di vita.

«Il carisma dell’associazione è racchiuso nella condivisione con gli ultimi e noi abbiamo pensato di dare una risposta concreta a quest’ultima con l’affido: dal 2016 siamo diventati ufficialmente una famiglia affidataria attraverso le richieste della “Papa Giovanni XXIII”», raccontano marito e moglie. Il primo bimbo accolto – una pronta accoglienza avvenuta nel giro di 24 ore – ha dato il via ad una vocazione in cui non hanno mai smesso di credere. «Era un maschietto di 8 mesi. Ci ha raggiunti a Natale del 2017 ed è rimasto fino al febbraio successivo. Allora avevamo già 3 figli. È stato qualcosa di incredibile: quando il bambino è arrivato in casa abbiamo provato tutto ciò di cui avevamo parlato durante il corso fatto all’interno dell’associazione. Sono creature che diventano figli nostri a tutti gli effetti, anche se per un tempo definito. Entrano a far parte della famiglia ed è come se avvenisse una nuova nascita. Anche sapendo che c’è una scadenza in termini di tempo da trascorrere assieme, quel periodo lo si assapora appieno». Ma quando è difficile fare i conti con un distacco inevitabile, che prima o poi si verificherà? «Il pensiero che ci guida – riflettono Elisa e Andrea – è questo: ciò che facciamo è per restituire un amore gratuito più grande. Ci siamo riconosciuti nella Sua chiamata e il nostro è un modo per rispondere, almeno in piccola parte, a quella frase del Vangelo che invita a donare a nostra volta ciò che abbiamo ricevuto». Si sono poi uniti alla famiglia, nel 2019 e a distanza di un paio di settimane l’uno dall’altro, un bambino di 7 anni e un adolescente di 16, rimasti per un anno e mezzo.

«Successivamente abbiamo cambiato casa (raggiungendo l’attuale, ndr) e a quel punto il nostro responsabile della “Papa Giovanni XXIII” ha chiesto di prenderci del tempo per prepararci al cambiamento. I nostri figli hanno iniziato a chiederci come mai non accogliessimo più… finché è arrivato un bimbo di 4 mesi, che veniva da una situazione molto difficile, rimasto con noi per circa un anno». Poi il passaggio di testimone con la sua nuova famiglia affidataria, accolta qualche giorno in casa per rendere il cambiamento il più naturale possibile. «Non avevano figli, tremavano dall’emozione». La piccola Ambra rappresenta il presente. «L’affido ti cambia, ti migliora e ti fa vedere il mondo da un’altra angolatura. Per questi bambini abbiamo sempre voluto essere un pezzetto di strada nella loro vita, ma nel caso di Ambra abbiamo fatto un percorso di discernimento più grande, scegliendo di adottarla».

«Il percorso dell’affido ti cambia nel profondo, migliorandoti e modificando quelle che erano le tue certezze: nel nostro caso, rimanere solo una famiglia affidataria». A dirlo sono Elisa Destà e Andrea Tripodi nel commentare la decisione di avviare l’iter per l’adozione. «Dopo l’ultimo affido ci siamo domandati se potessimo rappresentare una risposta più grande, anche alle situazioni di disabilità», spiegano marito e moglie ricordando come agli esordi della loro esperienza avessero dato disponibilità di accoglienza alla “Papa Giovanni XXIII” nei confronti dei più piccoli. Una realtà, quest’ultima, punto di riferimento in Italia per l’affido di minori e la tutela dei bambini, lavorando in sinergia con tribunali, servizi sociali e reti di famiglie. Nelle liste dell’associazione vi sono richieste particolarmente faticose e drammatiche: «Tanti i bimbi con disabilità o i casi di difficile gestione. Ma abbiamo capito che non può essere la paura per qualcosa che non si conosce a determinare le nostre scelte. Abbiamo dunque deciso di aprirci alle disabilità ed è arrivata Ambra», riferisce la coppia. La bimba, all’inizio, era stata definita a rischio vita. «Non si sapeva nulla di lei, se non che stavano conducendo dei test genetici per capire quali fossero le sue problematiche». 

Ora la situazione è decisamente cambiata: Ambra sta bene ed Elisa e Andrea ne parlano con il sorriso, felici di aver chiesto di poterla adottare. «Inizialmente parlavamo di “abbandono in ospedale” nel raccontare la sua storia, ma non era giusto: la mamma biologica di Ambra ha dimostrato un atto d’amore enorme nel portare a termine la gravidanza nonostante le difficoltà. Ecco, una cosa che abbiamo compreso è proprio questa: una famiglia affidataria non deve mai giudicare quelle d’origine, perché si rischia di introdurci in dinamiche che in realtà non conosciamo affatto. Bisogna entrare in punta di piedi nelle vite degli altri». La scelta di vita della famiglia Destà-Tripodi è stata accolta con naturalezza dai figli biologici di Elisa e Andrea. «Puoi fare quanti discorsi vuoi, ma alla fine l’amore lo si tocca con mano. E quello vero – evidenziano entrambi – non elimina di certo la fatica. Se la fatica non c’è, vuol dire che amore vero non è». E aggiungono: «Con le altre famiglie della “Papa Giovanni XXIII” abbiamo un rapporto molto bello: esistono esperienze d’accoglienza da far tremare le gambe. C’è chi pur di non lasciare da soli in ospedale questi bimbi, in alcuni casi malati terminali, li porta a casa con sé».

Marta Gasparon

 

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