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Consigliere di parità salve: «Non spariremo, ma continuano a pagarci come fossimo volontarie»

gvonline 18 Maggio 2026 4 minuti letti
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Sembrava dovessero sparire lasciando un vuoto a livello territoriale: saranno invece mantenute ma con un forte punto di domanda. Chi pagherà – e quanto – le Consigliere di parità? La questione nasce dall’attuazione di due direttive europee (1499/24 e 1500/24) approvate con l’obiettivo di rafforzare la lotta alle discriminazioni e promuovere la parità di trattamento sui luoghi di lavoro. Direttive che mirano ad avere standard omogenei in tutti i paesi europei: uno di questi parametri è la creazione di un unico organismo nazionale in tema di Consigliere di Parità, uno strumento che però in Italia già funziona da vent’anni e che della sua capillarità territoriale (a livello regionale e provinciale) ha fatto la sua forza.

Di fronte al rischio che con un tratto di penna si cancellasse completamente questa figura, si è arrivati a una soluzione: l’organismo nazionale si farà, con una funzione di coordinamento, mentre sul territorio continueranno ad operare le Consigliere di Parità provinciali. Tutto risolto dunque? Non proprio, come segnala Silvia Cavallarin, Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Venezia.

«Siamo di fronte a un paradosso. Mentre da una parte si introducono norme molto importanti a tutela delle lavoratrici, dall’altra si rischia di depotenziare la figura della Consigliera di Parità, che di fatto rimane senza risorse».

Sul piano normativo l’Europa nel 2023 ha introdotto la direttiva sulla trasparenza salariale che dovrà essere attuata dall’Italia dal prossimo 7 giugno. «Inoltre è stata introdotta la certificazione sulla parità di genere e nuovi strumenti di conciliazione vita-lavoro. Tutti strumenti molto positivi, per cui è paradossale – osserva Silvia Cavallarin – che proprio in questo momento restino senza risorse le Consigliere di Parità, il cui ruolo è proprio quello di favorire la parità di genere nei luoghi di lavoro, contrastare le discriminazioni e favorire la conciliazione vita-lavoro. La remunerazione per le Consigliere è di 70 euro al mese, cifra che può essere al massimo triplicata. Ma a fronte di una mole di lavoro enorme. Per quanto mi riguarda – seguo casi di lavoratrici che mi vengono inviate dall’Ispettorato del Lavoro, dallo Spisal, dai sindacati, oltre a chi si rivolge direttamente al mio ufficio. Ma con queste risorse il mio lavoro e quello delle Consigliere di Parità provinciali diventa volontariato».

Silvia Cavallarin, Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Venezia

La riduzione delle risorse precede le novità determinate dall’Europa: «Il fondo era già stato ridotto con il Governo Renzi, poi c’è stata l’abolizione delle province, che è rimasta a metà, mantenendo talune funzioni, ma praticamente senza risorse». Nel Veneziano l’indennità viene garantita dalla Città Metropolitana, ma la cifra, appunto, è di meno di 100 euro mensili: lo ha stabilito la Conferenza Stato-Regioni nel 2023 dando facoltà poi ai singoli enti (in questo caso la Città Metropolitana) di integrare con risorse proprie. Risorse che però non ci sono. «Il risultato è che, mentre si sta viaggiando a passi spediti verso il contrasto delle discriminazioni di genere sui posti di lavoro, chi viene pesantemente discriminato in questo momento sono le Consigliere stesse. Mi viene persino il dubbio che se al nostro posto ci fossero dei Consiglieri uomini il risultato sarebbe diverso. A Trento il consigliere di parità è un uomo e c’è un altro tipo di trattamento, certo, in gran parte dovuto al fatto che è una provincia autonoma, però…».

Così, mentre il contesto appare estremamente favorevole perché sia sul piano normativo che su quello culturale si parla sempre di più del diritto ad una parità effettiva sui luoghi di lavoro, uno degli strumenti che la mettono in campo concretamente viene così depotenziato. «È un peccato perché in questo momento ci sono molti strumenti messi in campo, anche a livello della nostra regione. Penso al recepimento dei bandi Fse sul welfare, alle misure per la conciliazione vita/lavoro e poi alla direttiva sulla trasparenza retributiva, che renderà più difficile discriminare le lavoratrici dato l’obbligo di rendere trasparenti le retribuzioni dei dipendenti. Vedremo a giugno come questa sarà recepita dal governo, ma la direzione è chiara. Il problema è: chi tutela chi tutela?».

La soluzione di fronte a questo limbo, suggerisce la Consigliera di Parità, sarebbe far rientrare questa figura nell’ambito delle competenze regionali sul lavoro: «Quelle che un tempo erano in capo alle Province e ora invece sono passate alla Regione, con i centri per l’impiego e la formazione professionale. La Regione ha già la consigliera di parità e da questa potrebbero poi discendere le consigliere a livello territoriale».

Serena Spinazzi Lucchesi

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