«La Pastorale del carcere diventi un servizio stabile di tutta la Chiesa. Non basta il volontariato. È tempo che la presenza della Chiesa nelle carceri diventi una vera Pastorale ordinaria, condivisa e coordinata con tutta la vita della Diocesi». È questo il cuore del messaggio che il Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ha rivolto martedì sera agli operatori, ai volontari e alle religiose impegnati nelle cappellanie della Casa di reclusione femminile della Giudecca e della Casa circondariale maschile di Santa Maria Maggiore, riuniti nel Palazzo Patriarcale per avviare un rinnovamento e una programmazione per il prossimo anno pastorale.
All’incontro erano presenti, tra gli altri, anche mons. Fabrizio Favaro, vicario episcopale per gli Affari economici e rettore del Seminario, mons. Daniele Memo, vicario episcopale per il Coordinamento della pastorale, don Massimo Cadamuro, cappellano della Casa circondariale maschile di Venezia, don Morris Pasian e don Marco Zane, direttori della Pastorale giovanile, oltre a due rappresentanti delle case studentesche della Pastorale universitaria.
Il Patriarca ha anzitutto voluto esprimere il proprio ringraziamento ai volontari. «Ci è sembrato che la prima parola da dire fosse “grazie” – ha affermato – perché la gratitudine troppo spesso viene data per scontata. E insieme al grazie c’è un’altra cosa che tutti possono offrire: la presenza. L’esserci è il primo modo di rispettare e di collaborare». Richiamando il Vangelo dei dieci lebbrosi guariti, Moraglia ha ricordato come «la gratitudine non sia mai scontata tra gli uomini», mentre la disponibilità a esserci rappresenta già una forma concreta di servizio ecclesiale. L’incontro di martedì scorso è frutto di un percorso iniziato tra i vescovi del Triveneto e sollecitato dallo stesso Patriarca: i vescovi della Regione ecclesiastica, insieme ad una rappresentanza del gruppo di cappellani delle carceri, hanno incontrato venerdì 6 marzo presso Villa Immacolata a Torreglia (Padova) i direttori dei 18 istituti carcerari del Triveneto (compresa anche la realtà minorile) guidati dalla dottoressa Rosella Santoro, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria di Veneto / Friuli Venezia Giulia / Trentino Alto Adige.
Per quanto riguarda la Diocesi di Venezia, ora, il passaggio decisivo indicato dal Patriarca riguarda però il futuro delle cappellanie. «Dobbiamo passare da una pastorale emergenziale, affidata alla sensibilità di singole persone, a una pastorale ordinaria», ha spiegato. Un cambiamento che significa superare ogni forma di autoreferenzialità per costruire una comunità ministeriale nella quale sacerdoti, religiosi e laici operino insieme. «La caratteristica della persona è la relazionalità. Nella Chiesa tutto si collega; altrimenti rimane un individualismo che crea più problemi di quanti ne risolva».
Per mons. Moraglia la cappellania carceraria «non è una questione tecnica, ma una realtà ecclesiale» che rende presente la Chiesa attraverso una delle opere di misericordia più significative: la visita ai detenuti. Proprio per questo dovrà essere sempre più inserita nel cammino ordinario della Diocesi, con momenti di formazione, coordinamento e verifica.
In questa prospettiva il Patriarca ha voluto convocare martedì anche la Pastorale giovanile e quella universitaria e ha chiarito: «I nostri ragazzi devono sapere che esiste anche questo mondo e che la Chiesa è chiamata a esservi presente». L’obiettivo è anche quello di favorire un graduale ricambio generazionale dei volontari, preparando nuove persone a un servizio tanto delicato quanto necessario.
Moraglia ha inoltre ricordato la complessità del lavoro svolto nelle strutture penitenziarie, segnato spesso da lungaggini burocratiche e dalla necessità di una preparazione specifica. Il volontario, ha sottolineato, «entra in un progetto, entra in una dimensione di Chiesa» e per questo necessita di competenze, accompagnamento e condivisione. Il cappellano, don Massimo Cadamuro, e le religiose presenti nelle strutture detentive hanno sottolineato anche l’importanza dell’accompagnamento pastorale degli agenti e delle agenti della polizia penitenziaria, spesso lontani dalle loro famiglie e privati di un armonico contesto relazionale. Anche tra questi è urgente rinnovare l’annuncio della fede e, proprio tra il personale della polizia penitenziaria, si segnalano cammini sacramentali in corso.
Uno sguardo è stato rivolto anche alla formazione dei futuri sacerdoti. Il Patriarca ha annunciato l’intenzione di inserire stabilmente un’esperienza significativa nelle carceri all’interno del percorso dei seminaristi. «Se affido dei seminaristi alla cappellania del carcere – ha osservato – lì devono trovare un autentico senso di Chiesa: il vescovo, il prete, il religioso e il laico che camminano insieme». Il rettore del Seminario, don Fabrizio Favaro, ha anche parlato, in proposito, del servizio che due seminaristi stanno compiendo, spiegando che li sta vedendo presenti quasi ogni giorno, questa estate, nelle strutture detentive.
L’incontro si è concluso con l’impegno a ritrovarsi a settembre per definire le linee operative del nuovo percorso. L’obiettivo condiviso è trasformare le cappellanie veneziane in un servizio pastorale sempre più strutturato, capace di accompagnare i detenuti nei momenti più delicati della detenzione, dall’ingresso fino al reinserimento nella società, facendo della vicinanza ai carcerati una responsabilità dell’intera comunità diocesana. Riferimento per questo nuovo cammino è don Massimo Cadamuro, che sta preparando un nuovo pellegrinaggio per i detenuti e le detenute ad Assisi, a modello dell’esperienza vissuta lo scorso anno verso Roma e conclusasi con l’udienza con Papa Leone XIV.
Marco Zane