Il Veneto si sta avvicinando a un imbuto demografico ed economico: nei prossimi anni, con l’inizio del grande esodo pensionistico della generazione dei baby boomers, al sistema produttivo regionale mancheranno all’appello almeno 100.000 lavoratori. Persone che non saranno facilmente sostituibili e il cui vuoto rischia di frenare la crescita delle imprese locali.
A lanciare l’allarme è Tiziano Barone, direttore di Veneto Lavoro, intervenendo al seminario “Un lavoro per tutti”, promosso dalle Acli del Veneto e tenutosi in modalità on line giovedì 14 maggio scorso.
La radiografia del mercato: l’esplosione del “secondo lavoro”. Un recente studio condotto da Veneto Lavoro su un campione di utenti transitati per i Centri per l’Impiego e poi rientrati nel mercato occupazionale ha rivelato una composizione della domanda del tutto inedita, divisa simmetricamente in quattro spicchi.
Il 25% è composto da disoccupati in senso stretto; un altro 25% da persone già occupate ma alla ricerca attiva di un altro impiego; un ulteriore 25% da lavoratori stabili che vogliono semplicemente «guardarsi intorno» per cogliere occasioni migliori; l’ultimo 25% – il dato che più ha colpito gli analisti – è costituito da persone già occupate che cercano un secondo lavoro.
Quest’ultimo fenomeno è legato a doppio filo sia alla necessità di integrare i redditi familiari, sia alla combinazione di contratti part-time o “piccoli pezzi” di lavoro frammentato. Un dinamismo che si scontra, tuttavia, con una rigidità strutturale alle porte.
Il nodo del 2030: la tecnologia non basterà. La stima di 100.000 lavoratori mancanti dal 2030 in poi poggia su basi matematiche e anagrafiche. Il deficit complessivo stimato tra i diversi modelli oscilla in realtà in una forbice ancora più preoccupante, tra i 107.000 e i 223.000 occupati in meno.
«Il rischio che non ci siano le persone per alimentare le imprese è concreto», spiega Barone. E la tecnologia, spesso evocata come panacea, potrà risolvere il problema solo in parte: «Metti anche che l’impatto dell’Intelligenza Artificiale riduca il fabbisogno del 10%, vorrà dire che invece di 100.000 persone ne serviranno 90.000. Ma trovare 90.000 lavoratori nel 2030 sarà comunque un problema enorme, soprattutto nei servizi alla persona e nei lavori di contatto, dove il robot o l’AI non possono sostituire l’uomo».
Il paradosso del Mismatch: demografia contro competenze. I dati correnti del sistema Excelsior delle Camere di Commercio (riferiti alla primavera del 2026) confermano che le imprese venete programmano migliaia di assunzioni. Il problema è che la difficoltà di reperimento sfiora il 50%.
Le punte massime di sofferenza si registrano nell’area tecnica e della progettazione (65% di posti scoperti) e nella produzione di beni ed erogazione di servizi (52%), seguite da logistica (49%) e amministrazione (42%). Più accessibile, sorprendentemente, l’area commerciale (37%).
Le proiezioni al 2030 indicano che la popolazione veneta in età giovanile (15-44 anni) subirà un crollo verticale di 404.000 unità. Un dato parzialmente compensato dalla crescita della fascia 45-64 anni, ma che lascerà un saldo finale comunque negativo di 146.000 persone in età lavorativa. Isolando la componente italiana, lo scenario è ancora più severo: mancherà all’appello mezzo milione di giovani italiani, mentre la componente straniera rimarrà sostanzialmente in pareggio.
L’indice di vecchiaia del Veneto (il rapporto tra over 65 e under 14) ha raggiunto quota 203%: in pratica, ci sono il doppio degli anziani rispetto ai bambini. Un dato inferiore alla sola Toscana (234%), ma drammaticamente superiore ai competitor europei come la Catalogna (143%) o l’Alta Baviera (138%).
Ricette per il futuro: la sfida dell’inattività e i modelli europei. Per evitare il congelamento del sistema economico, Barone traccia le linee guida per allargare la platea degli occupati. Attualmente il Veneto vanta un tasso di occupazione (15-64 anni) del 70%. Un dato alto per l’Italia, ma basso se confrontato con le regioni europee più simili per struttura economica: l’Alta Baviera, Stoccarda o le aree olandesi di Eindhoven e Rotterdam viaggiano infatti verso l’80%.
I margini di recupero ci sono e vanno cercati in tre direzioni. La prima è quella del lavoro Senior: occorre cioè incentivare e permettere non solo a chi è over 50 ma anche a chi ha più di 65 anni di rimanere attivo qualche anno in più, su base volontaria.
Poi c’è l’occupazione femminile: il Veneto è storicamente “inchiodato” a un tasso del 61-62%, sensibilmente inferiore agli standard europei. Rimettere in gioco le donne è una priorità non più rinviabile.
Quindi ci sono i “neet”: i giovani che non studiano e non lavorano in Veneto sono circa 65.000. Di questi, Veneto Lavoro ne “traccia” e conosce circa la metà nei propri archivi; i restanti 30.000 sono invisibili. Pur non essendo una situazione patologica rispetto ad altre regioni, rappresenta un bacino da recuperare.
Un capitolo a sé riguarda la fuga dei cervelli. Sebbene tra il 2011 e il 2024 il Veneto abbia registrato un saldo negativo di circa 8.000 giovani emigrati, Barone ridimensiona l’allarme “fuga“ contestualizzandolo: in termini di valore del capitale umano, la nostra regione è in linea con i principali territori e soffre molto meno di zone economicamente forti come l’Alto Adige, dove ben il 40% dei giovani emigra verso Germania, Austria e Svizzera.
La transizione, conclude l’analisi del direttore di Veneto Lavoro, non può più essere vissuta in solitudine o affrontata con misure tampone. Richiede scelte politiche e sociali urgenti: dal sostegno concreto alla natalità e ai servizi per le famiglie, fino a una revisione culturale del concetto di età lavorativa. La forza del manifatturiero e la stabilità dei redditi non basteranno a salvare l’economia se, nei capannoni e negli uffici del Veneto, inizieranno a mancare le persone.
Giorgio Malavasi
