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Più “eco” per non trovarci alla canna del gas

giorgiomalavasi 14 Dicembre 2017 2 minuti letti
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TOPSHOT-AUSTRIA-EXPLOSION-GAS

TOPSHOT - This picture taken on December 12, 2017 shows Austria's main gas pipeline hub at Baumgarten, Eastern Vienna, where an explosion rocked the site. The Kronen-Zeitung daily reported on its website that 60 people were hurt and that several fire brigades from the surrounding area were called. / AFP PHOTO / Tomas HULIK (Photo credit should read TOMAS HULIK/AFP/Getty Images)

Un incidente, neppure di enorme gravità, lungo il gasdotto che porta il gas naturale dalla Russia all’Italia ha messo in allarme il Paese.

Aldilà di certi strilli esagerati, rimbalzati su alcuni media, anche questo episodio dice che è bene procedere spediti nella transizione verso le energie rinnovabili.

Una migrazione la cui opportunità tutti i leader mondiali, salvo un vecchio presidente, sono d’accordo. Lo dimostra anche il summit “One Planet” che si tiene in questi giorni in Francia sotto l’impulso di Macron.

Ma quanto si può accelerare in questo percorso? Anche perché siamo ancora nella fase in cui è meno costoso produrre energia usando combustibili fossili che usando le fonti rinnovabili.

Le cose però cambiano. Uno studio di “Carbon Tracker”, una società finanziaria, uscito da poco, dice che già oggi non è più conveniente aprire un nuovo impianto a carbone. E che nel 2024 il costo dell’unità di energia elettrica prodotta grazie al vento diventerà più basso di quella prodotta grazie al carbone. E nel 2027 avverrà il sorpasso sul carbone anche per l’elettricità prodotta con il fotovoltaico.

Certo, la transizione verso l’energia pulita ha un costo. Per gli incentivi ai pannelli fotovoltaici installati ormai diffusamente in Italia, lo Stato spende circa 6 miliardi di euro l’anno. Sono soldi di tutti e qualcuno arriccia il naso di fronte ad essi.

Forse, però, non si sa che l’Italia nel 2016 ha investito 15,2 miliardi di euro in sussidi, tra diretti e indiretti e in forme diverse (esoneri dall’accisa, sconti, finanziamenti per opere…) alle fonti fossili. Per il solo settore trasporti il nostro Paese, tra il 2014 e il 2016, ha stanziato 8,7 miliardi di euro all’anno. Stiamo parlando di trasporti pubblici e privati, ma unificati dall’aver bisogno di benzina e gasolio. E anche questi sono soldi di tutti.

Allora, senza strillare né forzare, ma con determinazione: che non sia il caso di ridurre progressivamente il contributo pubblico all’uso delle fonti fossili? Al contempo riversando quei quattrini verso le tecnologie ecosostenibili? L’esborso collettivo non cambierebbe. E forse non ci spaventeremmo quando si rompe un tubo del gas.

Giorgio Malavasi

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