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Il “sì“ di Gino Mancin, prossimo diacono permanente

gvonline 25 Giugno 2026 4 minuti letti
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dioc2 diaconi

Andrea Grando e Gino Mancin stanno per diventare diaconi permanenti: l’ordinazione avverrà nella celebrazione eucaristica presieduta dal Patriarca Francesco nella basilica cattedrale di San Marco, sabato prossimo 27 giugno, alle ore 10. Qui di seguito le loro testimonianze.

Si definisce, con un sorriso e una buona dose di realismo, «l’uomo del no». Perché quando gli viene chiesto qualcosa, d’istinto, la prima risposta che normalmente gli esce di bocca è un rifiuto. Poi, però, ci ripensa. E alla fine i suoi passi lo portano là dove lo Spirito vuole, superando resistenze e calcoli umani. Sabato 27, nella Basilica cattedrale di San Marco, Gino Mancin sarà ordinato diacono, assieme ad Andrea Grando della comunità di Santa Lucia di Tarù.

La storia di Gino, classe 1957, è un lungo viaggio che unisce diverse terre, ma che ha trovato a Borbiago le sue radici definitive. Nato in Polesine, a Contarina (Rovigo), sperimenta fin da piccolo la vita di Chiesa. Per motivi di lavoro del padre la famiglia si trasferisce in Lombardia, dove a sette anni affronta il colloquio per entrare nel seminario minore, senza però accedervi. Qui respira la grande tradizione dell’oratorio: la Messa all’alba, la scuola, il doposcuola e il gruppo canto. Un secondo trasferimento lo porta a Spinea in prima media e infine, a sedici anni, l’approdo definitivo a Borbiago.

Il carattere di Gino è passionale e non privo di spigoli. Inizialmente non va d’accordo con il parroco di allora, don Eliseo Dori, tanto da “dirottare“ la sua frequenza alla Messa domenicale a Spinea. I fili della Provvidenza, tuttavia, si riannodano con l’arrivo a Borbiago di don Vincenzo Piasentin, che gli chiede di diventare ministro straordinario della comunione.

Il vero “salto“ matura quando don Angelo Centenaro gli propone il percorso verso l’accolitato e il diaconato permanente. Una scelta impegnativa: significava andare dal lunedì al venerdì alla Salute a Venezia, per frequentare i corsi dalle 18 alle 22. All’epoca Gino lavorava come impiegato presso l’Associazione Artigiani di Venezia e finiva il turno alle 17.30.

Nel 2020 l’inizio ufficiale: «Mi è stato chiesto di fare la Scuola Triveneta di Formazione al diaconato permanente», racconta. «L’errore è stato andare a vedere la presentazione della Scuola a Zelarino. Così, alla fine, ho detto sì». Due anni fa, la fatica ha rischiato di trasformarsi in crisi a causa dell’età e dei dubbi sulla reale possibilità di farcela. «Poi mi sono detto: intanto finisco, non metto paletti, mi lascio guidare. Ricominciare a studiare dopo i 50 anni non è facile. Eppure ho raggiunto un risultato inaspettato. Ancora oggi mi domando: Signore, è questo quello che ti aspettavi da me?».

In questo cammino Gino non è mai stato solo. Accanto a lui c’è Simonetta, sua moglie da 43 anni, catechista e lei stessa ministro straordinario della comunione. Simonetta ha frequentato la scuola Santa Caterina di Alessandria, a Mestre, e, a differenza del marito, ha amato la sfida dello studio: «Gli esami mi davano lo stimolo per approfondire». Una complicità formativa totale: Simonetta ha partecipato online a quasi tutti i corsi seguiti dal marito, sostenendo anche gli esami. Il suo volto spiccava tra quello degli studenti maschi, gli unici per cui è previsto il ministero ordinato: «Anche se non servirà a raggiungere questo obiettivo, servirà alla mia formazione personale», diceva. Un percorso culturale e teologico profondo, che fa riflettere Gino: «Mai come in questo tempo l’esortazione a rendere ragione della propria fede è più di una semplice battuta dialettica».

Questo cammino di grazia deve fare i conti con la realtà di ogni giorno e con un carattere che Gino riconosce con trasparenza: «Ho una certa ruvidezza, devo smussare questo lato. Di mio sarei poco propenso a fermarmi a parlare con la gente». È la scommessa di chi ha imparato a non fare più calcoli umani. Ecco perché, se si prova a chiedergli quale sia il suo programma pastorale, la risposta si scontra con una saggia reticenza: «In questi anni ho accettato di non fare programmi. Il completamento di un percorso in realtà è solo un inizio. La realtà va sempre oltre ogni previsione».

Giovanni Carnio

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