“A Pordenone ci hanno insegnato fin troppo bene a lavorare sodo e a morire in silenzio”. È una delle frasi più forti che si leggono in “Mezzo litro di latte. La parola ai testimoni e alle vittime dell’amianto”, il libro-inchiesta firmato dal giornalista Giacinto Bevilacqua per i tipi di Alba Edizioni (2024), pubblicato con il sostegnodi Anmil e con la prefazione del magistrato ed ex senatore Felice Casson.
Il libro raccoglie le voci di chi l’amianto l’ha respirato, toccato, subìto: lavoratori, vedove, figli, medici, attivisti, sindacalisti. Un coro doloroso che attraversa i territori più colpiti del Nord Italia – da Casale Monferrato a Marghera, da Monfalcone a Pordenone – e che denuncia una ferita ancora aperta, fatta di silenzi istituzionali, bonifiche mancate e giustizia negata.
Bevilacqua, il titolo “Mezzo litro di latte” è evocativo e spiazzante. Cosa rappresenta e perché lo ha scelto?
“Mezzo litro di latte al giorno” era l’antidoto che veniva somministrato agli operai esposti quotidianamente alla polvere di amianto, nella convinzione che potesse bonificare l’organismo e proteggerlo dalle malattie asbesto-correlate. Per decenni, generazioni di lavoratori hanno maneggiato l’amianto, un materiale comunissimo, apprezzato per la sua resistenza al calore ma estremamente nocivo per la salute. Se inalate, le sue fibre possono provocare patologie gravissime e spesso mortali, come l’asbestosi e i tumori alla pleura, mesotelioma pleurico e carcinoma polmonare. Prima il profitto, oggi una diffusa indifferenza culturale, anche da parte delle istituzioni e della politica, continuano a rallentare una battaglia di civiltà che dovrebbe invece essere prioritaria. I morti e i malati, però, parlano ancora: ci indicano con chiarezza la rotta da cambiare. Il titolo del libro vuole rappresentare questo paradosso drammatico.
Tra le testimonianze, quella di Claudio Scultz, che racconta della “nuvola di fibre” che si sprigionava nella stiva durante i carichi al porto di Venezia. Quanto pesa oggi, per queste persone, sapere che tutto ciò era evitabile?
Tutti gli intervistati hanno dimostrato una profonda dignità. Non provano rammarico per aver sacrificato la propria salute – e in molti casi la vita – pur di garantire un futuro migliore a sé stessi, ai propri coniugi, ai figli. Ma pretendono, con forza, che ciò che è accaduto a loro non debba mai più capitare a nessun altro. In molti casi non sapevano, oppure non avevano piena consapevolezza del rischio. Chi invece sapeva – i datori di lavoro, lo Stato – ha approfittato del silenzio e del bisogno. È questo che non riescono ad accettare: il senso profondo di un’ingiustizia sociale che ancora oggi pesa come un macigno.
Giorgio Molin, invece, parla di una “cappa di piombo” che avvolgeva Marghera. Le sue parole restituiscono un senso di abbandono e impotenza. Cosa accomuna, secondo lei, queste storie?
Lo sfruttamento dei lavoratori. È questo il filo conduttore che unisce tutte le storie raccolte nel libro. Cambiano i contesti, le epoche, le aziende, ma sotto questo profilo la storia dell’uomo sembra non essere mai cambiata: il lavoro viene spesso scambiato con la salute, con la vita stessa, in nome del profitto. Ed è sempre la “gente comune” a pagarne il prezzo più alto.
C’è una testimonianza che l’ha particolarmente colpita o che ha faticato a scrivere?
A loro modo, tutte le testimonianze raccolte sono importanti e toccanti. Ho voluto dare voce a lavoratori di diverse regioni del Nord Italia, per mostrare chiaramente che il problema amianto non riguarda solo realtà note come Casale Monferrato, Marghera o Monfalcone. Tuttavia, una testimonianza mi ha segnato in modo particolare: quella di Sandra Marchetti, di Pordenone. È vedova di un uomo morto a 40 anni per carcinoma polmonare, operata all’ovaio, e madre di un figlio poco più che ventenne iscritto al Registro. La sua intervista è un autentico atto d’accusa generazionale e si chiude con parole che non si dimenticano: «A Pordenone ci hanno insegnato fin troppo bene a lavorare sodo e a morire in silenzio».
Il libro mostra chiaramente quanto l’amianto abbia colpito soprattutto la “povera gente”. È un problema anche di giustizia sociale?
Sì, lo è. E lo è in modo ancora più grave quando lo Stato non si assume fino in fondo le proprie responsabilità storiche. In molti casi, anziché riconoscere e risarcire le vittime, sembra quasi perseguitarle attraverso procedure lente, farraginose e umilianti. È una doppia ingiustizia: prima l’esposizione all’amianto, poi il muro di gomma istituzionale.
Molte persone si ammalano ancora oggi per esposizioni ignote o indirette. Che ruolo può avere l’informazione in questo contesto?
Un ruolo decisivo. Oggi ci si ammala soprattutto per esposizione ambientale, poiché in teoria il lavoratore non dovrebbe più maneggiare amianto. E proprio per questo l’informazione corretta è fondamentale: permette di riconoscere i segnali, di intervenire per tempo, di sapere a chi rivolgersi. Una delle questioni più delicate emerse nel libro è l’importanza di accedere subito alle cure più appropriate, affidandosi a specialisti che conoscano a fondo le malattie asbesto-correlate. Non si può guarire, purtroppo, ma si può continuare a vivere con dignità, a patto che la diagnosi e l’assistenza siano tempestive e mirate.
Lei scrive che tutti possiamo contribuire, con piccoli gesti, ad esempio attraverso le segnalazioni alle Asl. Come possiamo responsabilizzare la cittadinanza senza creare allarmismi inutili?
In realtà, in questo caso, parlare di allarmismo è fuorviante: non si tratta di generare paure infondate, ma di sviluppare consapevolezza. L’amianto è ancora presente ovunque, visibile e invisibile, e segnalarne la presenza è un atto di responsabilità civile. Il problema, semmai, è la frammentazione: ogni Regione – per non dire ogni Comune – si muove a modo suo. Eppure molti enti locali offrono fondi specifici per la rimozione dell’amianto da parte di privati e aziende. Bisogna cogliere queste opportunità e non voltarsi dall’altra parte. Perché la salute pubblica è un bene comune.
Antonio Valletta