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Google: da motore di ricerca a motore di risposte. Ma così diventiamo più pigri

gente veneta Pubblicato:14 Settembre 2025 | Aggiornato:11 Settembre 2025 5 minuti letti
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Hands of Robot and Human Touching. Virtual Reality Concept 3d Illustration

Hands of Robot and Human Touching. Virtual Reality or Artificial Intelligence Technology Concept 3d Illustration

Quante volte al giorno apriamo Google senza neppure pensarci? Cerchiamo la ricetta di una torta, l’orario di un treno, il significato di un termine tecnico o il risultato di una partita.

Da venticinque anni il meccanismo è sempre lo stesso: scrivere una parola chiave, ricevere una lista di link e scegliere quali aprire. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. In cima ai risultati, sempre più spesso compare un riquadro che non rimanda a nessun sito, ma fornisce già la risposta. È l’AI Overview, la nuova funzione che sfrutta l’intelligenza artificiale per leggere le fonti disponibili e costruire un breve riassunto.

L’esperienza d’uso cambia radicalmente. Se digito “perché il cielo diventa rosso al tramonto”, non trovo più una lunga sequenza di pagine da scorrere: l’AI Overview mi spiega subito che la luce solare, attraversando l’atmosfera, viene diffusa in modo differente a seconda della lunghezza d’onda.

Oppure, se cerco “cosa vedere a Venezia in due giorni”, il sistema propone un mini-itinerario che passa da Piazza San Marco al Ponte di Rialto, includendo magari una tappa alla Galleria dell’Accademia, senza che io debba aprire decine di siti o blog di viaggi. È come se Google non fosse più soltanto un motore di ricerca, ma un vero e proprio “motore di risposte”.

Dietro questa semplicità, però, si nasconde una rivoluzione silenziosa. Non stiamo più “navigando” tra link e fonti diverse: ci abituiamo ad accettare come sufficiente la sintesi prodotta da un algoritmo.

Perché Google ha scelto di cambiare. Per capire questa svolta bisogna guardare al contesto. Negli ultimi due anni strumenti come ChatGPT, Perplexity o altri hanno dimostrato che le persone si sentono sempre più a loro agio nel fare domande direttamente a un’intelligenza artificiale, ottenendo risposte pronte senza perdere tempo tra decine di siti. Google ha percepito il rischio: se gli utenti iniziano a cercare altrove, anche il suo modello economico basato sulla pubblicità online entra in crisi.

Per questo ha scelto di integrare l’AI dentro il motore di ricerca. Una scelta coraggiosa ma costosa: quando compare un AI Overview, le persone cliccano sui link di seguito molto meno. Secondo alcune ricerche, la percentuale di clic sui risultati tradizionali si riduce quasi della metà, mentre i link citati nel riquadro AI vengono aperti appena dall’1% degli utenti. In altre parole, la maggioranza si accontenta del riassunto. È il fenomeno delle zero-click searches: ricerche che finiscono senza che l’utente apra nessun sito esterno.

La concorrenza, intanto, si muove. Il browser Comet, creato da Perplexity e già sostenuto da investitori come Jeff Bezos, non restituisce soltanto link, ma dialoga con l’utente, suggerisce fonti, riassume testi. OpenAI stessa sta lavorando a un proprio motore di ricerca con ChatGPT integrato. La sfida non è più chi indicizza più pagine, ma chi sa trattenere l’utente all’interno del proprio ecosistema, offrendo risposte immediate.

In questo scenario Google ha scelto di cambiare pelle: meglio rischiare di intaccare il proprio vecchio modello di business che diventare irrilevante.

Opportunità quotidiane e nuovi rischi. Dal punto di vista dell’utente, gli AI Overviews possono sembrare la soluzione perfetta. Gli esempi si moltiplicano: se cerco “quante tazze di caffè al giorno sono considerate sicure”, ottengo subito un’indicazione basata su linee guida sanitarie; se digito “come sostituire le uova in una torta”, trovo alternative come yogurt o semi di lino già pronte, senza dover aprire dieci forum di cucina; se chiedo “quali musei visitare con bambini a Firenze”, l’AI Overview mi restituisce una lista di opzioni con brevi spiegazioni.

La velocità e la praticità sono innegabili. Ma proprio qui emergono due grandi questioni. La prima riguarda la superficialità: avere risposte immediate ci induce a pensare di sapere già abbastanza, senza approfondire. È un po’ come leggere il riassunto di un libro e convincersi di averlo compreso davvero. La seconda è l’affidabilità: l’AI, per quanto avanzata, oggi non è ancora infallibile. Può confondere le fonti, presentare informazioni parziali o addirittura sbagliate.

Il teologo Paolo Benanti parla dell’“era del sintetico”: un’epoca in cui ciò che è artificiale diventa indistinguibile dal reale. È un problema enorme perché, come ricordava Hannah Arendt, quando l’individuo non distingue più tra vero e falso diventa vulnerabile a qualsiasi manipolazione. La domanda non è solo “quanto è comodo avere una risposta pronta?”, ma anche “quanto possiamo fidarci di quella risposta?”.

Le implicazioni variano a seconda delle età e delle competenze. Per i bambini, che si avvicinano al web senza ancora avere strumenti critici solidi, il rischio è di assumere come vere informazioni non verificate: basta immaginare un compito scolastico fatto solo copiando la sintesi dell’AI, senza imparare davvero a cercare e confrontare le fonti. Per i ragazzi e i giovani, invece, la minaccia è legata soprattutto alla formazione del pensiero critico: se ci si abitua a ottenere risposte rapide e confezionate, diventa più difficile sviluppare la capacità di analizzare, dubitare, discutere.

Consumatori passivi di informazioni? Una generazione che cresce così potrebbe avere meno dimestichezza con la complessità e con l’idea che su certi temi non esiste “la risposta giusta”, ma opinioni e interpretazioni diverse. Per gli adulti, infine, il pericolo è un’eccessiva dipendenza dalla comodità: affidarsi sempre e solo agli AI Overviews rischia di trasformare l’utente in un consumatore passivo di informazioni, incapace di distinguere tra ciò che è affidabile e ciò che non lo è, con effetti che possono andare dalle scelte di salute alle decisioni economiche o politiche.

Per questo, di fronte a strumenti così potenti, serve un nuovo atteggiamento. Usarli come scorciatoia quotidiana va bene – per trovare un consiglio pratico, per pianificare un weekend, per risolvere un dubbio veloce – ma non possono sostituire la conoscenza, lo studio, la capacità di valutare criticamente. La sfida che ci attende non è soltanto tecnologica, ma culturale: imparare a distinguere tra informazione immediata e comprensione profonda, allenando le nuove generazioni – e noi stessi – a non fermarsi alla superficie.

Giuseppe Antonio Valletta

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