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Da Venezia al Polo Nord: Cesco Tomaselli rivive in un libro

gvonline Pubblicato:3 Maggio 2026 | Aggiornato:29 Aprile 2026 6 minuti letti
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Da Venezia al Polo Nord: Cesco Tomaselli rivive in un libro

Inviato di guerra e scrittore, ma anche appassionato alpinista, poeta, amante dei gatti e — curiosamente — primo importatore di spaghetti tra i ghiacci del Polo. Cesco Tomaselli (Venezia, 14 gennaio 1893 – Milano, 12 novembre 1963) è stato tutto questo e la sua vita rivive oggi nel libro curato da Nicoletta Masetto, con le illustrazioni di Matteo Mancini e Irene Carbone. 

Il volume, arricchito dall’analisi di documenti originali e dalla riproduzione delle mappe dell’epoca, è stato presentato mercoledì 15 aprile al Centro Candiani di Mestre in un’iniziativa del Circolo Veneto.

Per quasi quaranta anni inviato speciale del Corriere della Sera, Tomaselli descrisse sulle pagine del quotidiano milanese i grandi eventi, soprattutto bellici, della prima metà del Novecento. Sua la celebre corrispondenza che seguì le tragiche vicende della spedizione del dirigibile Italia comandato dal generale Nobile nel 1928 e al cui disastro il Tomaselli scampò fortunosamente nella sua veste di inviato a bordo.

Qual è stata la scintilla, l’aneddoto o l’articolo di Cesco Tomaselli che le ha fatto capire che la sua vita meritava di essere raccontata in un libro oggi?

Sono due, sostanzialmente, legati anche al suo libro; d’altronde tutte le storie che sono raccontate qui e che io ho scelto sono le più avventurose, essendo un volume destinato ai ragazzi. La prima è quella che riguarda l’impresa del dirigibile Italia. Dopo aver fatto delle ricognizioni al Polo Nord, a causa delle forti nevicate, i partecipanti dovettero liberarsi di parte del carico, non potevano stare tutti a bordo, quindi fecero a testa o croce, in quanto erano due gli inviati che erano stati scelti e che avevano questa possibilità, lui e Ugo Lago (all’epoca giornalista del Secolo). Non si sa se qualcuno dei due abbia barato, ma sicuramente non Cesco. Vinse però Ugo Lago e Tomaselli nel suo libro fa trasparire tutta la sua rabbia in quanto era lì per raccontare l’evento del secolo e si domandava chi avrebbe scritto lo scoop al posto suo. Questa circostanza si rivelerà la sua salvezza. Il dirigibile Italia si schiantò e la navicella che era attaccata e su cui c’era anche Ugo Lago dopo essersi innalzata precipitò, portando alla morte tutti quelli che erano a bordo, compreso Lago. Rimanendo in vita Tomaselli è stato uno dei pochi sopravvissuti e quello che meglio ha potuto descrivere ciò che è accaduto dopo, e quindi dallo scoop mancato la situazione si è capovolta a suo favore.

E l’altra storia?

L’ho raccolta in parte dai suoi libri e in parte da alcune testimonianze. È frutto della sua vita a Borgoricco e quindi tramite diciamo i figli del fattore, riguarda il tempo di quando scrive “La corrida delle balene”, un libro che non è favore della tutela delle balene o della caccia ai cetacei. Tomaselli descrive delle scene molto particolari, per esempio una molto bella e toccante, di quando nella pancia di una balena che viene uccisa vengono trovati due balenotteri, due gemelli vivi. Ma l’aneddoto è questo: quando il direttore gli dice che deve partire entro una settimana, per informarsi legge, a parte Moby Dick, iln libro di un naturalista americano che parla della situazione lì e che dice: “ci sarà difficoltà a mangiare e non potete mangiare carne di balena che è schifosa”. Tomaselli quindi il sabato pomeriggio chiede alla domestica di procurargli dal casolino di campagna, spaghetti maltagliati, formaggio grana e olio. I marinai norvegesi gli dissero che era il primo importatore di spaghetti al Polo. Due aneddoti molto diversi che mi sono piaciuti molto e che, quando poi raccontavamo Tomaselli nelle classi e nelle scuole, piacevano molto anche ai ragazzi.

Tomaselli non era solo un giornalista, ma un grande scrittore. Nel curare questo volume, qual è l’immagine o la metafora usata da lui che l’ha colpita di più per la sua potenza letteraria?

A me, tra l’altro sono giornalista, sono molte le frasi che colpiscono, ma c’è ne è una che abbiamo pubblicato e che secondo me è di un’attualità straordinaria: “Ciò che conta è informare e per informare occorre andare in sopralluogo, vedere, interrogare, investigare, avere insomma l’umiltà di considerarsi sempre cronisti”. Una frase molto attuale: lui era di un rigore pazzesco, andava sul luogo, ascoltava, trascriveva tutto meticolosamente nei suoi taccuini che sono ancora conservati. Altra cosa: non era fotografo, ma Tomaselli portava con sé la macchina fotografica; quindi era un reporter perfetto, oggi avrebbe un telefono di ultima generazione, all’epoca aveva invece la Leica: anche giù al Polo se l’era portata ed è stata conservata. Sono state ritrovate le fotografie in un mercatino una decina di anni fa: forse erano state rubate nella sua casa e ritrovate da un fotografo di Mirano quelle de “La corrida delle balene” in bianco e nero. Adesso che siamo in un’epoca in cui nessuno più si muove o chiama, perché tutto è facilmente reperibile, questa cosa è importante.

Tomaselli fu l’unico inviato a bordo dell’Italia a salvarsi. Dai documenti che ha consultato, come aveva elaborato lui quello che oggi chiameremmo “senso di colpa del sopravvissuto” nei confronti dei compagni rimasti tra i ghiacci? 

No, senso di colpa no. Io credo che quanto gli è accaduto, ragionandoci dopo la rabbia iniziale, lo sconcerto e la disapprovazione, lo abbia stimolato a darne conto, dato che aveva avuto l’occasione del secolo di scrivere quanto accaduto lì.

Cosa ha da dire il modo di fare giornalismo di “Cesco” alle nuove generazioni che consumano notizie in modo così rapido e frammentato?

Questo guardare con i propri occhi, ascoltare un luogo, respirare un luogo, ascoltare le storie e le persone, lui l’ha fatto sempre, dando un ritratto collettivo e corale di un paese. In Giappone per esempio ha intervistato l’imperatore, ma ha anche dato ascolto agli operai delle fabbriche di biciclette. Il contatto umano e le esperienze e le storie che nessuna intelligenza artificiale ti racconta. È la curiosità, quella cui invitiamo i ragazzi quando diciamo loro “alzate il naso, guardate ciò che vi sta intorno”: insomma non è una frase fatta, ma devi avere delle buone scarpe per fare il giornalista. Lui partiva, si attrezzava e registrava tutto, scriveva e fotografava, con grande rigore e attenzione nella scrittura. Ha molto da insegnare, anche perché per i suoi tempi è stato avventuroso: partire e viaggiare all’epoca non era così semplice. E lui ha mostrato di non avere paura di scoprire nuove culture, nuovi popoli, nuovi paesi…

Dopo aver ripercorso tutta la vita di Cesco Tomaselli, se dovesse scegliere un’unica immagine o un solo istante della sua lunga carriera che, secondo lei, racchiude l’essenza più profonda dell’uomo e del giornalista, quale sceglierebbe?

Direi che due sono le cose che più mi hanno colpita. Una potrebbe essere l’attenzione che lui ha ai ritratti delle persone da lui stesso realizzati: ritratti degli alpini in Russia, volti e storie… Poi l’attenzione ai luoghi, descritti con grande rispetto, attenzione all’ambiente, alla natura, ai paesaggi… Così, quando lui parla delle balene, anche se lo fa in maniera oggettiva, fa capire che sono delle vittime, perché dietro c’è un business. Insomma, sostenibilità ante litteram.

Giulia Arcangeli

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