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Contro ansia e stress arriva “Oltretutto”:il progetto di Chiara, laureanda Iusve

gente veneta Pubblicato:25 Luglio 2025 | Aggiornato:28 Luglio 2025 4 minuti letti
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cult chiara

Si chiama “Oltretutto”, è ideato da Chiara Franceschi, laureanda in Psicologia clinica e dinamica, ed è un percorso pensato per aiutare gli studenti ad affrontare ansia, stress e insicurezze, temi quantomai attuali in questo periodo dell’anno caratterizzato da esami di maturità e universitari.

Realizzato con la supervisione del professor Davide Maria Marchioro, il percorso è stato ideato da Chiara nell’ambito dei suoi studi presso l’Istituto universitario salesiano Venezia (Iusve) e di recente è stato presentato all’European congress of Psychology, tenutosi a Paphos (Cipro).

Abbiamo parlato con lei del suo lavoro.

Franceschi, in cosa consiste il progetto?

Si tratta di uno strumento alternativo che consente alla persona di conoscersi e scoprire delle parti di sé che non sempre emergono nella vita quotidiana. Partiamo dal titolo: “Oltretutto”. E cioè guardarsi da un altro punto di vista, vedere quelle sfumature di sé che vivono oltre le difese, che vivono oltre tutto. È un percorso di conoscenza.

Com’è nato?

Era il gennaio del 2024. Volevo trovare il modo di unire le mie due grandi passioni, due componenti essenziali della mia vita: la danza e la psicologia. Dapprima, ho provato con la danzaterapia, ma ancora non la sentivo come cosa mia. Così ho iniziato a pensare ad una storia, a realizzare dei disegni e, nel continuo confronto con il mio relatore, il professor Marchioro, a scriverla: è uscita come un fiume in piena. Poi, bisognava renderla viva, trovare uno strumento per renderla concreta. Insomma, possiamo dire che è nato un po’ per caso, un po’ per destino, e un po’ per una mia esigenza: dare ai giovani una serie di canali alternativi, rispetto a quelli tradizionali, per esprimersi.

Come si è sviluppato?

Abbiamo ideato delle attività concrete, che unissero danza, che ho curato io, psicodramma, di cui si occupato il professor Marchioro, e apprendimento esperienziale, materia di Luca Crivellari; quindi, suddiviso la storia in 9 workshop da 3 ore: la storia di partenza era quella che avevo ideato, ma poi ogni partecipante ci ha messo del suo ed è diventata la storia di ognuno.

Chi è stato coinvolto?

Hanno partecipato 33 ragazzi dei primi due anni di Psicologia e Pedagogia, suddivisi in due gruppi: uno sperimentale (e cioè formato da giovani che hanno preso parte alle attività) e uno di controllo (composto da chi non vi ha preso parte). Prima e dopo i workshop è stato fatto il test di Askevold, che andava a valutare se la percezione dell’immagine corporea cambiasse, prima e dopo il percorso. Sono stati adottati due approcci: uno quantitativo ed uno qualitativo. Con il primo si sono misurati i cambiamenti nell’immagine corporea, secondo la percezione delle proprie dimensioni e l’accuratezza con cui si individua il corpo nello spazio. Distinguendo l’oggettivo ed il soggettivo, sono state prese le misure del corpo reale e chiesto al soggetto, bendato, di indicare dove pensasse di essere stato toccato, così da poter confrontare le misure oggettive con quelle soggettive. Con il secondo, si è cercato di comprendere il “come” e il “perché” del cambiamento, ricorrendo ad un’analisi tematica per valutare i temi principali ed i processi psicologici ricorsi più frequentemente.

Che risultati sono stati raggiunti?

L’analisi quantitativa ha mostrato un aumento della percezione delle proprie dimensioni corporee; ciò significa che all’inizio si sottostimavano. C’è stato anche un aumento significativo dell’accuratezza, ovvero una maggior consapevolezza spaziale di sé.

Che emozione hai provato presentandolo al congresso?

È stata un’emozione fortissima: mai mi sarei aspettata che un progetto che fino ad un anno fa era solo nella mia testa potesse venire presentato di fronte ad un pubblico internazionale. Il riconoscimento che ha avuto è stato davvero un dono.

Che futuro vedi per questo progetto?

Vedo che sta diventando un metodo. Uno dei punti di forza è la sua grande adattabilità: ora è stato rivolto a universitari, ma mi piacerebbe proporlo a bambini, persone di diversi Paesi. E portarlo in giro per il mondo. Chissà… Ne creerò anche altri, mantenendo la stessa struttura metodologica.

E per te?

Nel mio futuro vedo questi progetti: voglio continuare a lavorare a contatto con le persone. Poi, mi auguro di rimanere all’interno dell’ambiente universitario e di lavorare nel mondo della danza.

Carlo Millino

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