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Cento volte San Francesco: Michelangelo Nari in Forza Venite Gente

gvonline Pubblicato:12 Marzo 2026 | Aggiornato:12 Marzo 2026 5 minuti letti
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francesco uno

Cento volte San Francesco. In realtà quella che Michelangelo Nari sta per affrontare al Palageox di Padova sabato 14 marzo, è la novantanovesima rappresentazione in cui interpreta il poverello d’Assisi nel musical Forza Venite Gente. Però siamo a un passo…

E, ciononostante, cento volte sono poca cosa di fronte alle 3500 che lo spettacolo è andato in scena da quando ha esordito, nel 1981. Tanto che ormai a teatro sono spesso presenti tre generazioni: quella di chi può dire “io c’ero” già quarantacinque anni fa; poi quella dei figli e perfino quella dei nipoti.

Michelangelo Nari, 43 anni, è entrato nel 2022 nel cast della commedia musicale, nella versione attuale e un po’ aggiornata rispetto a quella originale. Per due anni ha interpretato il diavolo e poi, dal 2024, è stato promosso al ruolo principale.

3500 rappresentazioni sono tante: come ti spieghi questa longevità di successo del musical?

Credo ci siano due ragioni. Da un lato la forza musicale, perché ci sono melodie estremamente orecchiabili, canzoni che ti entrano dentro e che quando esci dal teatro continui a canticchiare. Poi c’è il messaggio, che è quello di Francesco, un messaggio che non attrae solo un pubblico con sensibilità religiosa. I temi trascendono i tempi, perché la dinamica padre-figlio c’è sempre, così come la figura di colui che mette la testa a posto dopo un’adolescenza un po’ disordinata o dissoluta… Oggi come quarant’anni fa ci si può ritrovare, tanto che Forza Venite Gente ha acquisito le caratteristiche del classico.

Tu sei entrato, appunto, quattro anni fa. Hai conosciuto qualcuno della prima stagione del musical? C’è ancora Michele Paulicelli, l’autore delle musiche e per tanti anni interprete di Francesco (oggi ha 77 anni e ha il ruolo di direttore artistico, ndr), che è sempre stato con noi. È spesso presente con noi, specie nel medley finale: entra e saluta il pubblico, ed è molto bello vedere l’affetto che il pubblico gli riserva.

Che cosa ti colpisce di più di Paulicelli?

Il fatto che lui è proprio San Francesco, per come parla, per come si atteggia, per quel sorriso calmo che ha sempre e che credo sia anche un po’ inevitabile quando interpreti un personaggio come questo per così tanto tempo.

Ti sei confrontato con lui a proposito del tuo ruolo in questa versione dello spettacolo avviata nel 2021 è un po’ diversa dall’originale?

Sì, perché delle differenze ci sono. Per esempio il personaggio di Francesco – quando lo faceva Michele – non recitava, cantava solo. In questa nuova versione ci sono invece anche delle scene recitate; poi sono state ridotte alcune canzoni, per cui ci siamo confrontati sul modo di intendere Francesco. Ovviamente Michele ha dato una sua lettura, per me preziosa ma che non ho voluto ripercorrere in toto, perché si rischia di diventare una brutta copia dell’originale. Quindi ho cercato di dare una mia versione del personaggio, cercando di portare quello che sono io.

Cosa ti colpisce di più del San Francesco che interpreti?

L’affidarsi e il perseguire un obiettivo. Noi oggi siamo spesso un po’ condizionati e disturbati, nel nostro percorso, da tante cose che ci fanno deviare un po’. Invece quello che di Francesco mi colpisce è il suo essere stato molto concentrato sulla meta che voleva raggiungere. In lui c’era perfino rigidità, che poi magari la narrativa agiografica ha un pochino smussato. Ma non ha mai perso di vista quello che desiderava, arrivandoci con una mitezza che non è debolezza. In lui c’era la forza della convinzione.

E qualcosa che non ti convince?

Forse il fatto che Francesco, magari per reazione ad un mondo che a lungo non l’ha capito e l’ha deriso, è stato molto severo con se stesso, anche troppo.

La scena finale del musical (foto di Mariarita Atti)

In Forza Venite gente per due anni hai fatto il Diavolo. Di quel personaggio qual è la cosa più divertente, che ti è piaciuta di più?

Ho sempre paragonato il mio diavolo al pesce palla. Mi spiego: io l’ho sempre interpretato a modo mio, cantando con tanto volume. E questo mi ha fatto proprio pensare al fatto che il nostro diavolo, forse più grottesco che cattivo, tira fuori tutto quel volume e quell’imponenza perché in realtà non ha quelle qualità. Insomma: per mostrarsi grosso. Proprio come il pesce palla, che vede il nemico e si gonfia. E alla fine comunque il diavolo ha un enorme rispetto per Francesco: infatti, quando il santo muore, lui dice “la morte mi ha portato via il nemico più gagliardo che ho incontrato”, quello che lo ha saputo fronteggiare.

Qual è per il tuo futuro il sogno, l’ambizione, il progetto…, insomma: il desiderio numero uno per domani?

Io mi ritengo veramente già fortunato per questo lavoro che volevo fare da ragazzino, a 16 anni, quando ho deciso che nella mia vita avrei voluto cantare. E il fatto di potere, grazie a questo musical, farlo ogni sera davanti a 2000 persone è un grande privilegio. Vorrei fare questo spettacolo più che si può, per tante altre volte ancora. Mi piacerebbe abbinare l’attività teatrale a quella discografica: c’è un progetto al quale sto lavorando in doppia lingua, italiana e francese, che sono le lingue che sento più mie, per continuare a raggiungere il pubblico.

Giorgio Malavasi

 

(Una più ampia intervista uscirà in Gente Veneta su carta, in distribuzione da giovedì 19 marzo)

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