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Terremoto Friuli 1976: il ricordo dello scout mestrino Alberto Albertini

gvonline Pubblicato:7 Maggio 2026 | Aggiornato:7 Maggio 2026 3 minuti letti
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terremoto

«Eravamo in pizzeria, la sera di quel 6 maggio del 1976, con il clan scout. Tutto ha cominciato a tremare, Paola che abitava all’ottavo piano ha visto cadere i piatti dal tavolo. Capita la gravità del terremoto, anche se non c’erano come oggi i cellulari,  con i miei amici CB (radio-amatori) ci siamo adoperati subito per intervenire come scout». Il racconto è del mestrino Alberto Albertini, oggi responsabile di Casa San Raffaele a Mira, che partecipò con il suo gruppo scout alle operazioni di soccorso in seguito al terremoto del Friuli, costato la vita a circa mille persone. «Abbiamo organizzato una colonna di auto che partendo dal casello autostradale di  Venezia hanno raggiunto il Friuli Venezia Giulia: durante il viaggio ci siamo subito resi conto della gravità del disastro, c’erano interi palazzi piegati come se un gigante li avesse scossi, le strade erano dissestate. Arrivammo nel luogo a noi assegnato, Trasaghis, sotto il monte San Simeone sulla riva del Tagliamento. Lavoravamo fianco a fianco con i militari (allora non c’era la Protezione Civile) e il nostro servizio era  distribuzione pasti, trasporto di animali morti dalle stalle, animazione dei bimbi, e molto altro».

La distribuzione dei viveri a Gniva

Una sera arriva ai gruppi la richiesta di raggiungere la val di Resia. Il ponte sul Resia era inagibile:«Con lo spirito di avventura che ci animava abbiamo subito organizzato di andare noi con il nostro furgoncino VW T1 del 1964. Partimmo la mattina presto cercando di passare tra le rovine, ricordo che un ponte aveva il piano stradale 50cm più alto della strada quindi per superarlo abbiamo dovuto creare uno scivolo, ma alla fine siamo riusciti a salire a Gniva. Il sindaco ci chiese cosa sapessimo fare e nel gruppo c’era una bella rosa di competenze: dovevamo verificare se l’acqua era potabile, se una stalla con le crepe fosse ancora agibile, e poi di metterci a disposizione degli anziani e di quelli che erano ammalati. Per l’acqua non sapevamo cosa fare e l’abbiamo bevuta dicendo: se stiamo male vorrà dire che non è potabile. Avviammo subito la distribuzione del cibo e la realizzazione di una cucina da campo, mentre il recupero di suppellettili è stato il lavoro più importante. Con il furgone salimmo sul tetto di una casa e poi entrammo per recuperare gli oggetti. Il reparto medico funzionava e Luciano studente del 4° anno di medicina si è adoperato per visitare i malati tra cui in signore che lamentava grandi dolori addominali, alla fine con un trasmettitore CB abbiamo avvisato i soccorsi e hanno inviato un elicottero e portato in salvo. Dormivamo in un’aula della scuola messa a disposizione dal sindaco, che era anche maestro. Il rapporto è diventato così importante che poi a settembre siamo tornati con un furgone carico di maglie di lana di tutte le taglie. Voglio ricordare i nomi di chiera con me: Luciano, Millo, Tommi, Chiara, Cristiana, Paola, Gabriella. Per tutti noi – conclude Alberto – è stata una grande opportunità di servizio».

L’intervento a Trasaghis

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