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Stranieri a Mestre/3. Rhitu: insegno italiano e regole di convivenza su Fb

gente veneta Pubblicato:24 Ottobre 2025 | Aggiornato:23 Ottobre 2025 4 minuti letti
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«Non abbiamo la macchina del tempo per tornare indietro. L’unica soluzione è imparare ad accettarci a vicenda, da parte di chi arriva e deve capire che è in un posto nuovo e deve integrarsi, e da parte di chi è già qui: devi avere più pazienza, la stessa che hai con i bambini piccoli. Perché se ci chiudiamo tutti a riccio, dove andremo?». Rhitu Afren, 28 anni, è una sorta di celebrità nella comunità bengalese: architetta, influencer e insegnante di lingua con la sua “Rhitu Italian’s Class” (che su Facebook conta oltre 120 mila follower, con corsi on line che raccolgono centinaia di iscritti, da Mestre e dal Bangladesh), si confronta ogni giorno con il tema dell’integrazione riuscendo a dialogare con generazioni diverse. Lei stessa è cresciuta fra due culture: nata a Dacca, è arrivata in Italia da piccola e qui ha frequentato la scuola dell’obbligo. Dopo un periodo in Bangladesh è rientrata per completare l’università e ha aperto anche un’attività di consulenza fiscale e per l’immigrazione in via Aleardi.

«I problemi condominiali sono sempre esistiti a prescindere dalla nazionalità – spiega – ma rispetto alla generazione di mio padre c’è molto più desiderio di integrazione. Prima i bengalesi consideravano l’Italia come un posto di lavoro: arrivo, prendo i soldi, sto qui per un po’ e poi torno in Bangladesh. Perché lì è casa mia. Oggi invece, i giovani che arrivano a Mestre chiedono subito il ricongiungimento familiare dopo aver ottenuto i documenti. Quindi siamo passati – prosegue Rhitu – da un’integrazione “primaria”, di bisogni personali, a un’altra che vede in questo Paese il luogo dove costruire il proprio futuro». Gli esempi non mancano: dal contrarre un mutuo per l’acquisto di una casa al farsi la patente. E a guidare sono anche le donne.

I nodi sul pettine, però, restano tanti e scioglierli è difficilissimo. A partire dall’educazione civica e culturale: «Certi comportamenti della comunità bengalese sono molto diversi da quelli italiani – ammette Rhitu – e ci vorrà tempo. Ai nostri corsi di lingua online partecipano donne che ancora vivono in Bangladesh: insegniamo la lingua, come gestire una gravidanza dal medico ma anche regole di civile convivenza». Ad esempio che non si sputa per terra, come invece accade nelle zone rurali del Bangladesh: «Se dovessero andare a Dacca avrebbero problemi anche lì», spiega però Rhitu, ricordando che all’interno di una comunità ci son mille sfumature invisibili agli occhi di noi occidentali.

Il problema principale è sui numeri e sull’esempio: «Io arrivo a Mestre in un condominio di dieci appartamenti – ipotizza Afren –. Otto sono abitati da bengalesi (e quindi abbiamo un’identità comune, parliamo la stessa lingua) e un altro da una famiglia italiana. Se i bengalesi sbattono il portone d’ingresso finirò per sbatterlo anch’io, è un meccanismo di emulazione e condizionamento. Non percepisco la necessità del singolo che magari vive lì da 30 anni». E viceversa, se nel condominio la maggioranza è italiana, il problema si allenta: «È più semplice venirsi incontro – continua Rhitu –. In cucina, ad esempio, non c’è nessuna regola scritta che proibisce di cucinare speziato. Ognuno mangia quello che vuole. Se è solo un inquilino a farlo però porti pazienza, magari non ti dà tanto fastidio».

Ma lo squilibrio ormai è un dato di fatto, capita che siano gli italiani a sentirsi dei pesci fuor d’acqua. La politica non ha gestito lo spopolamento del centro città: «Il problema non è lo straniero o l’italiano – insiste l’architetta – ma il motivo per cui gli italiani se ne stanno andando. Hanno lasciato il centro perché hanno la macchina e la possibilità di spostarsi fuori, in zone più tranquille, magari in una casa singola». Senza contare che i negozi di prossimità hanno chiuso, rimpiazzati da attività gestite – appunto – da stranieri. Senza le quali buona parte del centro di Mestre sarebbe un deserto.

«È una questione molto complicata – riassume Rhitu – ma aprendosi e comunicando si possono risolvere molte cose, invece c’è molta chiusura. Da una parte e dall’altra». Servirebbero dunque «maggiori investimenti in mediazione e più persone che fanno da ponte, soprattutto quelle di seconda e terza generazione».

Anna Maselli

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