Kapil Bharti è il direttore scientifico del National Eye Institute, presso il National Institutes of Health di Washington. Nel suo laboratorio statunitense le prime cellule staminali pluripotenti indotte stanno arrivando alla fase di sperimentazione sui primissimi pazienti, una fase delicata e ancora piena di incognite, che però rappresenta un passo importante da cui prende avvio anche il progetto italiano L.U.C.Y.
«Nei nostri laboratori stiamo trapiantando un frammento di tessuto oculare prelevato da pazienti e coltivato attraverso un processo che le riprogramma in cellule staminali. L’obiettivo è curare questi pazienti e impedire che perdano la vista. Si tratta di persone affette da degenerazione maculare retinica in stadio avanzato, che le ha rese incapaci di vedere. Quello che facciamo è creare un tessuto oculare per i pazienti a partire dalle loro stesse cellule staminali e poi lo reimpiantiamo in modo che possano recuperare la capacità di vedere», spiega il dottor Bharti, a margine del convegno sull’oftalmologia rigenerativa organizzato da Fondazione Banca degli Occhi a Mestre, il 24 aprile scorso, organizzato da Diego Ponzin e Stefano Ferrari, rispettivamente presidente della Fondazione e direttore Ricerca.
Riprogrammare una cellula è una frontiera che parte da lontano. «Questo processo è stato scoperto nel 2007 dal giapponese Shinya Yamunaka, con l’aiuto di precedenti lavori del britannico Sir John Gordon. Entrambi hanno ricevuto il Premio Nobel nel 2012. Questo processo permette di prelevare cellule da qualsiasi persona e di convertirle in cellule staminali. Ci vuole circa un mese. In laboratorio, aggiungiamo fattori speciali che modificano il fenotipo cellulare affinché la cellula di una persona adulta diventi una cellula staminale; questo processo si chiama riprogrammazione», spiega il ricercatore. «Questo lavoro sta ora proseguendo con una prima fase di sperimentazione per testare la sicurezza e la fattibilità del trapianto di tessuto oculare derivato da cellule staminali ricreate dai pazienti stessi – continua il dottor Bharti -. Abbiamo già effettuato trapianti su tre pazienti».
Troppo presto per parlare di risultati, la strada della ricerca è lunga. Intanto però, grazie alla collaborazione con Fondazione Banca degli Occhi e, nel prossimo futuro, con altri centri ospedalieri italiani, la sperimentazione può ampliare i propri confini. «La collaborazione con la Banca degli Occhi è molto entusiasmante per me. Sia quest’ultima, sia il lavoro che stiamo svolgendo noi, puntano a curare la cecità: sappiamo che la degenerazione maculare è una delle principali cause di cecità nel mondo – conclude il ricercatore statunitense -. In tutto il mondo ci sono circa 30 milioni di persone affette da questa patologia. Il lavoro che abbiamo iniziato negli Stati Uniti, e che continua qui in Italia, speriamo si possa diffondere». (GV)