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Meno cozze, più pesci serra e branzini XXL: così cambia la laguna di Venezia

gvonline 14 Agosto 2026 8 minuti letti
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C’è un mare che cambia sotto i nostri occhi. Non lo raccontano soltanto gli avvistamenti del pesce scorpione, diventati sempre più frequenti anche nell’Adriatico, o il proliferare di meduse che caratterizzano ormai molte estati lungo le coste venete. A cambiare è l’intero equilibrio dell’ecosistema marino e lagunare, dove alcune specie si stanno espandendo rapidamente, altre diventano sempre più abbondanti e altre ancora stanno lentamente scomparendo.

Secondo Luca Mizzan, biologo marino e responsabile del Museo di Storia Naturale di Venezia “Giancarlo Ligabue“, ridurre tutto al traffico navale sarebbe però un errore. Le navi rappresentano certamente uno dei principali vettori di introduzione delle specie alloctone, attraverso le acque di zavorra, così come l’apertura del canale di Suez ha abbattuto una barriere geografica altrimenti insuperabile, ma oggi è soprattutto il cambiamento climatico a creare le condizioni perché queste specie possano sopravvivere e stabilirsi stabilmente anche nell’Alto Adriatico.

Luca Mizzan, biologo marino e responsabile del Museo di Storia Naturale di Venezia “Giancarlo Ligabue“

«Le navi possono portare gli organismi, ma è il mare che decide se possono restare. L’aumento della temperatura sta consentendo a specie che fino a pochi anni fa non sarebbero riuscite a superare l’inverno di riprodursi e colonizzare anche il nostro mare. Non siamo di fronte a episodi isolati, ma a un cambiamento strutturale dell’ecosistema». I segnali sono ormai evidenti anche ai pescatori sportivi. «Il pesce serra, dieci anni fa, qui nessuno sapeva nemmeno com’era fatto. Oggi è dappertutto. Non esiste neppure un nome dialettale veneziano per identificarlo: ed è proprio questo uno degli indizi più interessanti. Le specie storicamente presenti hanno sempre un nome locale; quelle arrivate di recente no».

Comportamenti che cambiano. Ma il pesce serra non è l’unico esempio. «La leccia amia era un pesce raro. Arrivavano soltanto gli adulti verso la fine dell’estate. Oggi troviamo anche gli esemplari giovani, lunghi appena una spanna. È una novità degli ultimi tre o quattro anni. Significa che stanno utilizzando anche il nostro Adriatico come area di crescita». Anche specie tradizionalmente presenti stanno modificando il proprio comportamento. «Branzini e orate ci sono sempre stati. Erano pesci tipici delle nostre valli da pesca. Ma le quantità e soprattutto le dimensioni che osserviamo oggi non hanno precedenti. Le orate non transitano più soltanto durante le migrazioni: molte rimangono qui anche dopo i due o tre anni di vita», riflette Mizzan.

Il cambiamento è così rapido da aver modificato persino il modo di pescare. «È cambiato completamente il sistema di pesca. Si è diffuso lo spinning, sono cambiate le attrezzature e anche chi non aveva mai pescato prima oggi esce per cercare serra e grandi branzini. È una trasformazione che si osserva perfino nei negozi di articoli da pesca». Se alcune specie stanno conquistando nuovi spazi, altre invece stanno scomparendo quasi nel silenzio generale. «La mormora praticamente non esiste più. E non riguarda soltanto i pesci. In laguna sono scomparse specie di molluschi come la Paphia aurea, il Pissotto e il Lungo, che erano comuni quanto il Caparossolo. Oggi non si trovano più».

«Le cozze? Si trovano ormai solo vicino ai fari delle bocche di porto». Per molte di queste scomparse la scienza non possiede ancora una risposta definitiva. «Se sapessimo esattamente perché alcune specie spariscono, probabilmente ci guadagneremmo una pubblicazione scientifica importante. La verità è che osserviamo i fenomeni, ma spesso le cause precise sono ancora oggetto di studio», evidenzia Mizzan.

Lo stesso vale per l’anguilla. «Sappiamo che è in rarefazione praticamente in tutto il mondo, ma continuiamo a non conoscere fino in fondo le ragioni. I cambiamenti in atto sono tantissimi e agiscono contemporaneamente». Tra gli esempi più evidenti del cambiamento c’è quello delle cozze. Per generazioni sono state uno degli elementi caratteristici delle bocche di porto veneziane.

«Una volta bastava passeggiare sulle dighe di San Nicolò o degli Alberoni per vedere persone raccogliere peoci semplicemente infilando le mani tra i massi. Oggi si può percorrere tutta la diga, andata e ritorno, senza trovare una sola cozza». Le poche rimaste sopravvivono quasi esclusivamente nelle aree più esposte alle correnti marine. «Ormai le trovi soltanto vicino ai fari delle bocche di porto. Molte presentano perfino delle perle al loro interno. Per un bivalve la formazione di una perla è una risposta a un corpo estraneo o a una situazione di forte stress». Stress che potrebbe derivare da più fattori. «Può essere legato all’inquinamento, ma più in generale a condizioni ambientali che mettono continuamente sotto pressione questi organismi».

Il caldo incide negativamente. Il problema riguarda ormai anche gli allevamenti. «Prima i peoci soffrivano in laguna perché il sedimento risospeso intasava le branchie. Consumavano tutta l’energia per ripulirsi e finivano per morire di fame. Per questo gli allevamenti sono stati progressivamente trasferiti in mare aperto. Oggi però il problema si ripresenta anche lì: quando la temperatura dell’acqua raggiunge i 29 o i 30 gradi le cozze muoiono letteralmente per il caldo».

Una perdita che rischia di avere conseguenze molto più ampie. «Le cozze erano uno dei pilastri della catena alimentare dell’Alto Adriatico. Erano ovunque: sui pali, sulle boe, sulle dighe. Oggi al loro posto troviamo piccoli mitilidi che non crescono mai. Non sono giovani cozze: sono adulti di altre specie».

Cicli riproduttivi modificati… ma nessun allarmismo. L’attenzione mediatica si concentra spesso sugli animali esotici, ma per Mizzan il fenomeno è molto più complesso. L’aumento della temperatura modifica i cicli riproduttivi, prolunga le stagioni calde, cambia la distribuzione geografica delle specie e altera gli equilibri tra predatori e prede. In alcuni casi specie autoctone e alloctone convivono; in altri entrano in competizione per lo stesso habitat o per le stesse risorse alimentari. L’effetto finale è una progressiva ridefinizione della biodiversità della laguna e dell’Alto Adriatico.

Il biologo invita però a evitare sia gli allarmismi sia le semplificazioni. Gli ecosistemi non reagiscono sempre in modo graduale ai cambiamenti: possono sopportare per lungo tempo pressioni crescenti e poi, superata una soglia critica, cambiare improvvisamente stato. «Gli ecosistemi ci hanno insegnato che possiedono una capacità di ripresa e di resilienza molto superiore a quella che immaginiamo. Ma non sono sistemi lineari. È un po’ come una molla: finché rimane entro il proprio limite elastico, più aumenta il peso e più si deforma in maniera proporzionale. Oltre un certo punto, però, la molla si rompe e non torna più come prima. La resilienza di un ecosistema funziona allo stesso modo. Esiste un limite oltre il quale il sistema cambia irreversibilmente».

Per Mizzan non possiamo dire con certezza di aver già superato quella soglia, ma i segnali sono inequivocabili. «Non credo che quel punto di non ritorno sia stato raggiunto, ma dobbiamo ricordare una cosa fondamentale: il mare e gli oceani hanno una capacità di accumulare calore enormemente superiore a quella dell’atmosfera, migliaia di volte maggiore a parità di volume. L’aria si scalda rapidamente, l’acqua molto più lentamente. Questo significa che gli effetti che osserviamo oggi sono il risultato dell’energia accumulata nel corso di decenni».

«Il Mediterraneo, tra le aree che si stanno riscaldando più velocemente». Ed è proprio questa inerzia termica a rendere il fenomeno particolarmente insidioso. «Anche se domani riuscissimo a fermare completamente il riscaldamento globale, il mare non si raffredderebbe nel giro di qualche settimana. Così come ci sono voluti anni perché accumulasse tutto questo calore, serviranno anni perché possa perderlo. Il Mediterraneo, essendo un mare quasi chiuso, reagisce ancora più rapidamente degli oceani e infatti è una delle aree del pianeta che si stanno riscaldando più velocemente». Una caratteristica che rende il bacino mediterraneo una sorta di laboratorio naturale dei cambiamenti climatici.

«Paradossalmente siamo tra le aree che stanno pagando il prezzo più alto proprio perché il Mediterraneo si scalda più velocemente di quasi tutti gli altri mari del pianeta. Questo rende ancora più evidenti fenomeni come l’arrivo di nuove specie, la modifica dei cicli biologici e la sofferenza di organismi che fino a pochi anni fa erano perfettamente adattati alle nostre acque».

Un pesce serra

Gli ecosistemi e la loro capacità di recupero. Nonostante ciò, Mizzan invita a non cedere al fatalismo. «Il messaggio non deve essere “ormai siamo spacciati“. Se passasse questa idea, nessuno avrebbe più motivo di impegnarsi. Gli ecosistemi hanno una straordinaria capacità di recupero, purché vengano ricreate le condizioni per farlo. Se riusciremo a invertire la tendenza e a ridurre le emissioni di gas serra, anche il mare, con i suoi tempi, potrà iniziare lentamente a recuperare. Non sarà immediato, ma è ancora possibile».

Secondo Mizzan esistono anche interventi locali che possono aumentare la resilienza della laguna, senza però illudersi di risolvere il problema alla radice. «In laguna qualcosa si può fare. Sarebbe importante riportare una maggiore quantità di acqua dolce, soprattutto nella laguna centrale. Servirebbe a riequilibrare la salinità e a trasportare nuovi sedimenti, contrastando anche la perdita dei fondali».

Ma il biologo invita a non confondere la cura dei sintomi con quella della malattia. «Sono interventi utili, ma affrontano gli effetti. È come abbassare la febbre quando si ha un’infezione: serve, ma non elimina la causa. Il caldo estremo e gli eventi climatici sono i sintomi. La malattia è l’accumulo dei gas serra in atmosfera. Se non riduciamo le emissioni, continueremo ad avere sintomi sempre più gravi e non esisterà una “tachipirina” capace di risolvere il problema».

Per questo gli avvistamenti del pesce scorpione, delle lecce, delle grandi orate o delle meduse non dovrebbero essere letti come semplici curiosità estive. Sono, piuttosto, il racconto di un ecosistema che sta cambiando velocemente e che, forse per la prima volta nella storia recente della Laguna di Venezia e dell’Alto Adriatico, sta ridisegnando la propria identità biologica davanti agli occhi di chi il mare lo vive ogni giorno.

Stefano Nava

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