«Probabilmente avevamo sopravvalutato gli effetti negativi delle politiche commerciali di Donald Trump. I dazi colpiscono soprattutto chi compete esclusivamente sul prezzo. Se invece si offre un prodotto riconosciuto per la sua qualità, l’impatto diventa molto più contenuto. Più un sistema produttivo è diversificato e orientato alla qualità, meno risente dell’effetto dei dazi. E quello italiano è un sistema ben diversificato». A dirlo è Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, tra i principali studiosi italiani dell’Economia Civile e direttore scientifico del Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze, commentando il report sul commercio estero recentemente pubblicato dall’ISTAT (vedi box nella pagina accanto). «È interessante osservare questo fenomeno anche attraverso una chiave di lettura tipica dell’economia civile – continua a spiegare Becchetti –. Il prossimo Festival dell’Economia Civile avrà infatti come titolo La foresta che cresce. L’idea è semplice: la comunicazione tende sempre a concentrarsi sugli alberi che cadono, cioè sugli eventi più clamorosi o sulle dichiarazioni più controverse, come quelle di Trump, mentre spesso non ci accorgiamo della foresta che continua a crescere».
Professor Becchetti, l’export italiano, nonostante i dazi, rappresenta uno di questi alberi che crescono?
Si, ma c’è anche un altro esempio significativo. Ho scritto recentemente sui social che Trump, paradossalmente, è diventato il più efficace testimonial della transizione ecologica. Può sembrare una provocazione, ma mai come oggi la transizione energetica sta accelerando, soprattutto all’interno degli stessi Stati Uniti, perché le sue scelte politiche hanno mostrato con grande evidenza quanto la dipendenza dalle fonti fossili rappresenti un fattore di vulnerabilità. La guerra in Iran, ad esempio, ci ricorda ancora una volta come molti conflitti ruotino intorno alle risorse energetiche. Liberarsi dalla dipendenza dalle fonti fossili significa ridurre l’esposizione agli shock dei prezzi dell’energia, che finiscono inevitabilmente per incidere anche sulla competitività delle imprese. E questo ha un legame diretto con i dati sul commercio estero che stiamo commentando.
Tuttavia, una parte significativa di questo risultato sembra derivare dall’aumento dei prezzi…
In realtà considero questo fenomeno positivo. Significa che l’Italia sta seguendo la strada che deve percorrere: competere attraverso la qualità. Questo è il modello che dobbiamo seguire. In un’economia globale dove molti Paesi possono competere meglio di noi sul costo del lavoro – e dove realtà come la Cina stanno sviluppando fabbriche completamente automatizzate, senza operai, le cosiddette dark factories – sarebbe impossibile vincere una competizione basata esclusivamente sul prezzo. L’unica strategia realmente sostenibile è puntare sulla qualità. Per questo considero positivo che il nostro export cresca più in valore che in quantità.
Possiamo dire che le imprese italiane hanno sviluppato una reale capacità di diversificare prodotti e mercati e che quindi i risultati fotografati dall’Istat non sono soltanto congiunturali?
Esattamente. La vera forza dell’Italia è la sua straordinaria diversificazione. Se osserviamo i comparti nei quali siamo competitivi troviamo un numero impressionante di eccellenze: farmaceutica, macchine utensili, moda, lusso, agroalimentare e molti altri. Siamo presenti in tantissimi settori. È vero che le nostre imprese sono mediamente più piccole rispetto ai grandi concorrenti internazionali, ma questa caratteristica rappresenta anche un vantaggio, perché garantisce maggiore flessibilità. C’è poi un altro elemento decisivo, che io definisco “intelligenza relazionale”. Mi piace dire che oggi il simbolo dell’America è Elon Musk, mentre il simbolo dell’Italia è Parmigiano Reggiano o Grana Padano. Non sono nomi di singole persone, ma di consorzi. Dietro quei nomi ci sono migliaia di produttori che da oltre un secolo collaborano, investono insieme nella qualità, nel marketing e nella promozione internazionale. È la forza della cooperazione: capire che esiste un gioco a somma positiva nel quale tutti possono crescere investendo insieme.
Alcuni osservatori leggono questi dati sull’export come la dimostrazione che l’economia italiana goda complessivamente di buona salute.
È davvero così oppure ci sono elementi di debolezza che non dovremmo trascurare?
L’export rappresenta certamente una componente importante della crescita economica, ma non è l’unica. Quando si studia macroeconomia si insegna che il prodotto interno lordo dipende da consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni. Oggi il punto critico riguarda soprattutto la domanda interna.
Quindi il nodo principale dell’economia italiana riguarda i consumi delle famiglie?
Esattamente. Naturalmente esiste anche il problema della qualità della spesa pubblica. Il PNRR ha introdotto un elemento importante: per la prima volta siamo chiamati a misurare concretamente l’impatto degli investimenti realizzati. Alcuni interventi hanno un valore strategico enorme. Penso, ad esempio, all’alta velocità nel Mezzogiorno, che può diventare un motore di sviluppo per intere regioni. Ma il tema dei salari è fondamentale. I salari reali in Italia sono rimasti bassi e, in molti casi, si sono ridotti. Questo indebolisce inevitabilmente i consumi e rende vulnerabile la nostra economia.
Fabio Poles
