Crescere di più non significa necessariamente vivere meglio. È il messaggio che emerge con forza dal rapporto del Joint Research Centre della Commissione europea sul benessere comparato tra Unione europea e Stati Uniti, al quale ha contribuito anche Enrico Giovannini. Economista e statistico, docente all’Università di Roma Tor Vergata, Giovannini è stato ministro del Lavoro nel governo Letta e delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili nel governo Draghi. È co-fondatore e direttore scientifico dell’ASviS, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, nata per promuovere in Italia gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Da anni è tra le voci più autorevoli nel dibattito internazionale sull’approccio “oltre il Pil”. Il rapporto mette in discussione una convinzione radicata: che la maggiore crescita economica degli Stati Uniti si traduca automaticamente in un maggiore benessere. I dati raccontano una storia più complessa, in cui entrano in gioco salute, disuguaglianze, ambiente e qualità della vita.
Professor Giovannini, il vostro studio mostra che mentre il Pil cresce più velocemente negli Stati Uniti, il benessere complessivo migliora molto di più in Europa. Dove sta la vera differenza tra i due modelli?
In realtà non è un paradosso. Sappiamo da tempo che il Pil non è una misura onnicomprensiva del benessere. Noi distinguiamo tra benessere attuale e benessere equo e sostenibile. Se guardiamo al secondo, cioè a dimensioni come salute, istruzione, lavoro e ambiente, negli ultimi dodici anni l’Unione europea ha fatto più progressi degli Stati Uniti. Questo non emerge se ci si limita alla dimensione economica, ma diventa evidente quando si allarga lo sguardo.
Nel vostro lavoro emerge con forza il peso delle disuguaglianze: redditi più alti negli Usa, ma anche divari più ampi e una minore aspettativa di vita. La qualità dello sviluppo si gioca più sulla distribuzione che sulla crescita?
Distribuzione, intesa come maggior equità, e crescita sono entrambe fondamentali. L’Ocse ha dimostrato da tempo che la disuguaglianza è un freno alla crescita. Non è solo vero che una bassa crescita limita le politiche redistributive: vale anche il contrario. Una forte disuguaglianza rende le persone più vulnerabili agli shock e questo finisce per ridurre la crescita economica. Per questo servono politiche fiscali ed economiche che affrontino direttamente il tema.
Quando correggete il reddito con indicatori come salute e disuguaglianze, il confronto si ribalta e l’Europa supera gli Stati Uniti. Questi strumenti hanno piena cittadinanza o faticano ancora a entrare nel dibattito pubblico?
Purtroppo fanno fatica anche se a parole tutti riconoscono i limiti di alcuni sistemi, come per esempio quello sanitario americano che cura soprattutto chi può pagare. Bisogna stare attenti anche quando si dice che sistemi come quello italiano costano troppo: si vede bene il costo in termini di anni di vita in meno dove questi sistemi non funzionano. La speranza di vita alla nascita è un indicatore cruciale di benessere, ma dipende da fattori di lungo periodo: alimentazione, condizioni sociali, stili di vita. Migliorare il benessere richiede politiche non solo equilibrate, ma anche persistenti nel tempo.
Gli Stati Uniti restano però più forti sul fronte degli investimenti e delle risorse per il futuro. C’è il rischio che l’Europa sia più equa oggi ma meno competitiva domani?
Intanto ricordiamo che la competitività è un mezzo, non il fine. Serve a produrre le risorse per affrontare le sfide sociali e ambientali. È vero però che in alcuni settori, soprattutto nei servizi, l’Europa cresce meno e rischia di indebolire proprio quella capacità di investimento sul futuro. Il punto non è scegliere tra crescita e benessere, ma riconoscere che il modello europeo, nel complesso, produce risultati migliori per i cittadini, pur con elementi di debolezza su cui intervenire.
Se guardiamo all’Italia, questo cambio di paradigma cosa implica concretamente? Ci sono scelte che andrebbero ripensate?
La tutela dell’ambiente, per esempio, non è solo una questione etica: ha effetti economici e sociali enormi. In Europa parliamo di circa 300 mila morti premature all’anno per inquinamento, 40 mila soltanto in Italia. È come una guerra. E questi fenomeni incidono anche sulla dinamica demografica. Allo stesso tempo, affrontare il benessere in modo integrato richiede un forte coordinamento delle politiche. Come ASviS proponiamo da tempo un ruolo più forte della Presidenza del Consiglio, con una struttura dedicata proprio al coordinamento delle politiche per lo sviluppo sostenibile.
Esistono già esperienze che vanno in questa direzione?
Sì, diversi Paesi si sono mossi: dalla Spagna, che ha avuto un vicepresidente dedicato all’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile, alla Nuova Zelanda e all’Irlanda. Anche in Italia molte regioni si sono dotate di strategie di sviluppo sostenibile e di strumenti di coordinamento. Non si tratta di copiare modelli, ma di usare le conoscenze già disponibili per migliorare la governance generale.
C’è qualcosa che l’ha sorpresa nei risultati dello studio?
Non abbiamo scelto a priori indicatori per far vincere gli Stati Uniti o l’Europa. Abbiamo fatto riferimento a quelli previsti dal Trattato sull’Unione europea (Tue), in particolare all’articolo 3 (promuovere la pace e il benessere dei popoli, favorire uno sviluppo sostenibile, combattere l’esclusione sociale e le discriminazioni, promuovere la coesione economica, sociale e territoriale, garantire un elevato livello di tutela dell’ambiente). Proprio per questo il risultato non era affatto scontato. Il fatto che emerga una performance migliore dell’Europa sul benessere complessivo pur a fronte di una più vivace dinamica economica Usa è stata una vera sorpresa.
Fabio Poles