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Alberto Fiorin, l’elogio della lentezza: destinazione Cina in bicicletta

gvonline 1 Giugno 2026 6 minuti letti
8 visualizzazioni
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Il viaggio come esperienza umana, prima ancora che geografica. Il viaggio come immersione totale nel mondo, senza filtri, senza parabrezza, senza protezioni. E soprattutto il viaggio come lentezza. È questo il cuore di “Marco Polo a pedali. Da Venezia a Pechino sulle tracce del Milione” (Ediciclo Editore), il libro che Alberto Fiorin presenterà il 18 maggio alle 17.30 alla Scuola Grande San Teodoro di Venezia. Un appuntamento che non sarà soltanto la presentazione di un volume, ma il racconto di un’avventura straordinaria: 10.500 chilometri in bicicletta da Venezia a Pechino, percorsi insieme all’amico Dino Facchinetti attraversando dodici nazioni lungo le antiche rotte del mercante veneziano più famoso della storia.

Fiorin, uno che si sentiva “stretto”. Fiorin, veneziano di Dorsoduro, 67 anni, si definisce senza esitazioni “un viaggiatore lento”. Laureato in Storia all’Università di Venezia con una tesi sulla storia del gioco d’azzardo nella Serenissima, per dieci anni ha insegnato negli istituti superiori veneziani prima di cambiare vita. «Mi sono licenziato dalla scuola, da un lavoro fisso – racconta – e ho lavorato per una decina d’anni in uno studio grafico. Poi anche lì mi sentivo “stretto“ e ho cercato di trasformare la passione per i viaggi in bicicletta e a piedi in un lavoro».

Da oltre venticinque anni collabora con la casa editrice Ediciclo, punto di riferimento nazionale per il cicloturismo e i cammini, scrivendo guide e libri di viaggio. Ma la sua storia personale è intrecciata con la bicicletta da molto prima. «Mio nonno, che non ho mai conosciuto, fu uno dei soci fondatori, nel 1913, della società ciclistica Pedale Veneziano, di cui oggi sono presidente. Sono passioni che si tramandano di padre in figlio». Una tradizione proseguita anche con suo figlio Fausto, “nome non casuale per un amante della bicicletta”, portato in viaggio già a un anno e mezzo lungo la ciclabile del Danubio tra Vienna e Budapest.

Il viaggio lento, per Fiorin, è molto più di una modalità di spostamento. È una filosofia. «Quando viaggi in bicicletta o a piedi pedali senza filtri. Non sei coperto se piove o se c’è troppo sole. Sei immerso dentro la realtà, nella vita vera, che non è sempre bellissima. Ma è proprio questo il senso del viaggio: vedere anche le zone industriali, le periferie, le contraddizioni del mondo. Andare lentamente ti permette di percepire tutto, di trovare il bello anche dove apparentemente non c’è».

Un mezzo fragile che ti porta ovunque. Le sue parole restituiscono l’essenza di un modo di viaggiare che rifiuta la velocità e il turismo consumistico. «La bicicletta è un mezzo fragile, lento, ma ti porta ovunque. Ti permette di riconoscere i fiori lungo la strada, di ascoltare i rumori, di cogliere dettagli che a velocità diverse scomparirebbero». Quella di “Marco Polo a pedali” è però anche la storia di un sogno rimasto sospeso per oltre vent’anni. Già nel 1989 Fiorin aveva partecipato a una straordinaria spedizione ciclistica da Venezia a Mosca, entrando nell’Unione Sovietica pochi mesi prima della caduta del Muro di Berlino. «Siamo stati il primo gruppo italiano a entrare in bicicletta in Urss – ricorda –. Eravamo in Piazza Rossa con scritto CCCP ovunque e nessuno immaginava che, nel giro di pochi mesi, il mondo sarebbe cambiato».

Da quell’esperienza nacque l’idea di proseguire ancora più a est, fino alla Cina. Ma nel 2001 il progetto sfumò. La rivincita è arrivata soltanto nel 2024, anno del settecentenario della morte di Marco Polo. «Mia moglie, che collabora con le università, mi chiese di aiutarla a organizzare iniziative per le celebrazioni di Marco Polo. In quel momento si è accesa una lampadina. Ho telefonato al mio amico Dino e gli ho detto soltanto: “Andiamo in Cina in bici”».

Il 25 aprile 2024 i due sono partiti dal parco di San Giuliano. Ad accompagnarli nei primi chilometri hanno trovato oltre cento persone. «Ci siamo sentiti responsabili di qualcosa che andava oltre noi stessi – racconta Fiorin –. Molti amici hanno pedalato con noi per pochi o tanti chilometri e abbiamo capito che quel viaggio sarebbe stato condiviso da tantissime persone».

Slovenia, Croazia, Serbia, Bulgaria, Turchia, Georgia, Azerbaijan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e infine Cina: dodici Paesi attraversati con il peso delle borse sulla bici e la curiosità come bussola. Il viaggio si è trasformato presto in un racconto collettivo grazie ai diari quotidiani pubblicati sui social e ai collegamenti con la trasmissione radiofonica Caterpillar di Rai Radio2.

Le avventure non sono mancate. Dall’attraversamento dell’Azerbaijan, con le frontiere terrestri ancora chiuse dal 2020, ai problemi burocratici risolti grazie all’intervento delle ambasciate italiane. «Siamo entrati in Azerbaijan con un permesso speciale. Le guardie di frontiera georgiane ci guardavano come fossimo alieni. Eravamo gli unici viaggiatori su una strada completamente deserta». Ma il momento forse più intenso è arrivato al confine tra Kazakistan e Cina. «Io e Dino ci siamo abbracciati. Gli ho detto: “Hai visto cosa abbiamo fatto?”. Poi ci siamo resi conto che mancavano ancora 4.350 chilometri».

«64 e 67 anni? Ma va’…». L’età dei due viaggiatori suscitava stupore soprattutto in Asia centrale e in Cina. «I cinesi restavano increduli quando dicevamo di avere 64 e 67 anni. Ci offrivano da mangiare e da bere spaghetti e birra. Per loro due persone della nostra età non possono affrontare una simile fatica».

Nel libro, però, Fiorin non ha voluto limitarsi a un semplice diario di viaggio. «Avevo scritto tantissimo durante il percorso e non volevo fare soltanto cronaca. Alla fine ho trovato la chiave in un dialogo ideale con Marco Polo». Il mercante veneziano è diventato così il compagno invisibile della spedizione. «Marco Polo è stata la password del nostro viaggio. Ci ha aperto le strade e il cuore delle persone. Tutti lo conoscono e tutti lo amano». Fiorin vede nel grande esploratore veneziano un modello di curiosità e rispetto. «Marco Polo raccontava ciò che vedeva senza giudicare. Cercava di essere un reporter del mondo. Anch’io, nel mio piccolo, ho provato a fare lo stesso».

Tra gli episodi più significativi del viaggio, uno riguarda l’acqua potabile. «Attraversando il confine tra Bulgaria e Turchia ci siamo resi conto che stavamo superando il limite dell’acqua sicura. Dalla Turchia fino alla Cina, per settemila chilometri, non abbiamo più potuto bere dal rubinetto. Due miliardi di persone nel mondo vivono così. Se avessi fatto questo viaggio in camper non me ne sarei accorto». È qui che emerge la dimensione più profonda del viaggio lento: la capacità di cambiare prospettiva. «Per fare un grande viaggio non occorre andare lontano. Basta prendere una bicicletta, mettere un portapacchi e dormire una notte fuori casa. Anche due giorni possono cambiarti il modo di guardare il mondo».

«Per la prima volta non penso al prossimo viaggio».  Oggi Fiorin dice di sentirsi finalmente appagato. «È la prima volta che torno da un viaggio senza pensare subito al prossimo. Forse perché questa volta ho realizzato qualcosa che aspettavo da ventitré anni». Ma il richiamo della strada resta forte. A fine maggio partirà di nuovo, destinazione Transilvania, insieme ai soci del Pedale Veneziano.

Sempre lentamente. Sempre senza filtri. Proprio come Marco Polo, ma a pedali.

Stefano Nava

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