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Borbiago, domenica 24 maggio la festa medievale

gvonline 21 Maggio 2026 4 minuti letti
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Borbiago, domenica 24 maggio la festa medievale

Addio alla vecchia dicitura «festa medievale», smentita dalla presenza di anacronismi e sovrapposizioni settecentesche che ne rendevano il nome storicamente infondato. Per il quarto anno, il 24 maggio dalle 10 alle 20, Borbiago Historica sceglie la via della rievocazione pura.

Se il gruppo culturale Al Capiteo si conferma il motore instancabile dell’intera manifestazione – il braccio operativo a cui si deve l’ideazione dell’evento e che ne cura l’organizzazione e la gestione logistica (ed enogastronomica) – Danilo Leo Lazzarini ne è il regista e la “bussola storica”.

Ogni edizione aggiunge un tassello al mosaico della storia locale. «Quest’anno l’attenzione si sposta sulla sfilata e sulla “ballata dei pugni”», conferma Lazzarini, con tanto di finta rissa coreografata. «A Venezia ci si scontrava sui ponti senza parapetti per far cadere l’avversario in canale: era un rito agonistico. La sfida tra Castellani e Nicolotti serviva a sfogare le tensioni, ma finita la ballata le fazioni si ricomponevano sotto l’unica bandiera del Leone». Al centro, dunque, la fisicità e la musica, lasciando in pausa il dialogo tra il conte Rambaldo e l’imperatore Ottone III. Eppure, proprio i documenti confermano un legame intimo tra i due: «Rambaldo non era un semplice feudatario, ma un membro attivo della corte imperiale». Proprio questo legame privilegiato con l’imperatore Ottone III portò, nel 994 d.C., alla donazione di queste terre: è il «certificato di nascita» di Borbiago, che sorge come un feudo imperiale investito di una missione storica.

Ma come si colloca l’identità del cristiano veneto all’interno di questa trama storica? «Venezia si considerava l’antimurale del Cristianesimo contro l’avanzata dell’Islam», spiega il regista. «Fregiandosi di essere la “Terza Roma”, giustificava il dominio sull’Adriatico presentandosi al Papa come la “Guardiana del Golfo”». Una cristianità potente, ma sempre subordinata al potere politico. «Sotto l’Interdetto di Papa Paolo V, Venezia sarebbe potuta diventare protestante, come caldeggiava Paolo Sarpi. Sarebbe stata una raffinata arma diplomatica, ma prevalse la voglia di dimostrare che la Repubblica era l’unica potenza capace di stare in piedi da sola».

C’è un momento in cui, durante la festa, questo fragore politico si placa per lasciare spazio a un “sacro silenzio”? Quest’anno l’atmosfera sarà costantemente animata, ma resta l’eco dell’edizione passata, quando lo scontro tra Spartani e Veneti si chiudeva con un dialogo tra lo straniero Cleonimo e una donna veneta: «Lei era in realtà l’anima di lui, il quale finisce per riconoscere la superiorità morale di un popolo che, pur non amando la guerra, sa combattere con un cuore immenso per proteggere le proprie radici».

I Veneti, per Lazzarini, restano un popolo «strano». «Mai una rivolta popolare, sempre fedeli a se stessi. Scelgono il potere costituito perché se ne sentono rappresentati». Un’unicità che brilla nella fede: «È il legame tra il sacro e la terra». Un dettaglio significativo: la colonna di San Teodoro in Piazza San Marco. «L’impugnatura della spada e la postura difensiva indicano una cessione di primato a San Marco». È il sacro sottomesso al bene comune: «La forza e il fervore devono essere sempre al servizio della pace e della comunità». È qui che si ritrova l’insegnamento delle virtù venete: «Perseveranza, pietas verso i legami e gravitas nel dovere». Lazzarini cita Marziale, che usava la donna veneta come termine di paragone per l’austerità: «Diceva: è una barzelletta tanto leggera che la si può raccontare anche a una donna veneta… il massimo esempio di morigeratezza».

Restando sul piano delle virtù da riscoprire e far proprie, cosa dovrebbe cogliere il cittadino dalla Borbiago Historica? «La saggezza della tradizione. In fondo, basta una differenza di accento per trasformare una nobile tradizione in un tradimento della propria identità, rinnegata o dimenticata. Senza passato non c’è futuro». E la sfida del gruppo Al Capiteo è proprio questa: trasmettere ai giovani tale passione. Una missione che trova il suo compimento nel momento “formato famiglia”, quando la tensione della sfida si scioglie e le fazioni si mescolano tra la gente nelle taverne, trasformando la storia in vita condivisa. Lì, grazie al lavoro dei volontari, si capisce che la lotta era solo un pretesto: «Ieri, come oggi, sentirsi comunità significa saper lottare con orgoglio per poi ritrovarsi, più uniti, sotto l’ombra della stessa storia».

Giovanni Carnio

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