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Internato di guerra, una storia da ricordare: l’incontro a Borbiago di Mira

gvonline Pubblicato:5 Febbraio 2026 | Aggiornato:5 Febbraio 2026 4 minuti letti
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Fa impressione sentire parlare di 650 mila internati, di cui 55 mila mai tornati a casa. Tutto sembra messo in sordina. Forse per questo la sigla Imi a qualcuno non dice nulla: è l’acronimo della denominazione coniata personalmente da Hitler, che sta per Internati Militari Italiani (le stesse iniziali in tedesco), per indicare quei soldati italiani che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, si opposero al nazifascismo rinunciando a prendere le armi e andando incontro a fame, freddo, sofferenze, malattie e morte. Una realtà su cui finora è sembrato regnare un silenzio omertoso.

Uno squarcio lo apre Stefano Furlanetto, ricercatore storico per passione. Passione nata per caso, dalla scoperta del diario del nonno Cesare, internato in Germania e di cui ha curato la pubblicazione. Ha dedicato un primo incontro domenica scorsa, a Borbiago, nel patronato della parrocchia, al quale erano presenti diversi familiari di internati. La sigla Imi risale al 20 settembre 1943: in questo modo, gli internati sono esclusi dalle garanzie della Convenzione di Ginevra del 1929 sul trattamento dei prigionieri di guerra. La loro condizione peggiorerà ancora dopo il fallito attentato a Hitler, noto come “Operazione Valchiria”, il 20 luglio 1944.

«I numeri – osserva Furlanetto – dicono che è più probabile essere discendenti di internati che non di partigiani. Il paradosso è che della stessa famiglia possono far parte ex internati, partigiani e renitenti nascosti in casa. La propaganda della Repubblica Sociale ha fatto passare l’idea che gli internati fossero collaboratori della nazione tedesca, liberi di rimanere lì o di tornare a casa». Questo e i prossimi incontri in programma vogliono essere un tributo alla ricerca della verità storica, confutando la falsa rappresentazione che li avrebbe visti “traditori” dalla destra e “poco partigiani” dalla sinistra. La loro vicenda è un esempio di “resistenza senza armi” e offre spunti di riflessione su valori, come il ripudio della guerra, di cui paiono antesignani.

Come avvicinare tutti, soprattutto le nuove generazioni, alla conoscenza di questa pagina ancora oscura della storia, a partire dalla scuola? «Con in bambini, per esempio, compio spesso un gesto che vuole simulare la posa di una “pietra d’inciampo”, come quelle targhe poste per terra in memoria delle vittime del nazismo. Se qualcuno di loro, tornando a casa, comincerà a chiedere notizie ai genitori riguardo ai nonni e bisnonni, vorrà dire che il seme sarà stato piantato». Un progetto che sta portando avanti personalmente sono i “Quaderni Imi Mira”: «Una ricerca storica documentale che attinge a una pluralità di fonti riguardo gli internati che risiedevano nel Comune di Mira all’epoca dei fatti. Si parte dal basso col rintracciare i discendenti, chiedendo loro di procurare oggetti, foto, documenti, testimonianze dirette: tante piccole storie», per ricostruire la storia.

In tutto questo, le donne – madri, mogli, fidanzate – hanno avuto un “peso speciale“. «Spesso accoglievano veri e propri “stracci umani”, tornati a casa con traumi psicologici e malattie. Li chiamano disturbi post-traumatici da stress. Hanno comportato, non raramente, un imbruttimento del reduce precipitato nell’alcolismo e un incattivimento a volte sfociato in atteggiamenti violenti. Come accaduto per tanti veterani di ritorno dalla guerra del Vietnam». In generale nessuno degli internati rientrati a casa voleva raccontare: nessuna voglia di parlarne a casa o di scrivere memorie.

«Ci sono state molte donne straordinarie, che hanno aiutato il loro congiunto o fidanzato a riadattarsi a una nuova vita. Addirittura, ho saputo di una di loro che si è recata in Germania, d’impeto, senza sapere nulla di tedesco, “solo” per recuperare il cadavere del marito». Il lavoro è ancora sterminato. «Mi piacerebbe per esempio raccogliere un’antologia di notizie, che ancora non esiste, sulla presenza preziosa dei cappellani militari: il conforto portato ai soldati, anche non credenti». E già qualcosa la sta raccogliendo. In definitiva, questa è una vicenda che parla molto al contesto geopolitico nel quale stiamo vivendo. «Gli Imi videro la fine della guerra, in più di qualche caso hanno subito drammatici colpi di coda dai nazifascisti in ritirata. Tutti o quasi volevano un futuro di pace definitiva per l’Europa».

Giovanni Carnio

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