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Va in pensione Ferdinando Ciardiello: «Educare in carcere la mia missione»

gente veneta Pubblicato:24 Maggio 2025 | Aggiornato:22 Maggio 2025 4 minuti letti
6 visualizzazioni
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Quando il proprio lavoro è una vocazione, si sente. Ferdinando Ciardiello ha 14 anni quando, senza rendersene conto, inizia a fare l’educatore con chi ha problemi con la giustizia. All’epoca sono i suoi amici di Castel Volturno, vicino Napoli, dove Ferdinando abita da ragazzo; oggi, sono i detenuti del Carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia, dove fino a questo maggio ha lavorato come educatore, un impegno che gli è valso il conferimento del premio San Marco 2025.

I suoi amici di Castel Volturno sono piccoli delinquenti, ragazzi spesso troppo affamati di vita per distinguere il bene dal male, e commettono i loro errori. Ferdinando li ascolta, ci parla, li consiglia: alcuni lungo la strada trovano il desiderio di riscattarsi, altri si perdono ed entrano nella criminalità organizzata. È un primo passo, però, anche per Ferdinando, che, dopo la laurea in Legge, prova il concorso per educatori negli istituti di pena. Passano gli anni finché, a un passo dal matrimonio, nel 1993 arriva la chiamata da Venezia: prima al carcere femminile, poi a quello maschile. Trentadue anni di lavoro che sanno di scommessa vinta, soprattutto nel rapporto con i detenuti, come ci racconta lui stesso: «È una professione stupenda, perché ti fa entrare veramente in relazione con le persone, ti fa conoscere storie brutte e storie belle, perché anche in queste persone ci sono aspetti di vita belli e felici. Non bisogna avere paura di condividere, perché a volte le loro storie sono le tue storie, le loro difficoltà sono le tue difficoltà».

È la relazione, dunque, la chiave di volta per un percorso di crescita, che diventa tanto più efficace quanto più si crea un rapporto di immedesimazione, quasi a specchio. «Per un educatore è fondamentale instaurare un legame, un rapporto interpersonale. Dietro l’aspetto tecnico c’è la parte umana: se questa funziona, funziona anche la parte tecnica. L’importante, quindi, è creare un rapporto col detenuto, capirlo e cercare di trovare un percorso di reinserimento sociale insieme. Bisogna capire le caratteristiche della persona e fargliele scoprire, perché spesso le persone non conoscono nemmeno le loro qualità. Noi li aiutiamo a riflettere, a rivedersi nelle loro situazioni più brutte, per comprendere gli errori che hanno commesso. Poi, c’è un piano pedagogico di crescita, per far trovare alla persona il coraggio di cambiare. Alle volte il coraggio di cambiare manca, perché molti sono abituati a vivere in un certo modo e il cambiamento viene vissuto come un momento di crescita e di paura, perciò hanno bisogno di essere confortati e rassicurati». Infine, considerando come il carcere viene visto da fuori, Ferdinando dice: «La gente vede i carcerati come degli scarti, come delle persone pericolose. Tuttavia, lo scarto è una sconfitta: siamo noi che non siamo riusciti a tenere in modo adeguato queste persone nella società. Il vero problema dell’umanità è che non tutti hanno le stesse possibilità e che la società ci insegna la cultura del “più ho e più voglio”. Purtroppo, così facendo, stiamo perdendo la cura della crescita della persona».

Ed è proprio l’amore per la crescita della persona, che Ferdinando, oggi come quando era ragazzo, reputa fondamentale, anche a partire dalla sua esperienza di catechista in parrocchia: «Io sono stato in mezzo alla formazione delinquenziale. Ho capito che si può cambiare, che una persona non è mai persa. Si sbaglia perché si è emarginati, per questo bisogna curare molto i giovani. Facendo il catechista e l’educatore da tanti anni, ho visto i piccoli e i grandi, e tanti grandi che delinquono sono piccoli cresciuti male. Se noi riusciamo a non abbandonare i giovani, riusciamo a fare molto, soprattutto perché poi saranno loro a gestire la società, su questo è il carcere che mi ha aperto gli occhi».
Andrea Maurin

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