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Odissea: il dramma del nostro tempo non è il partire, ma aver smarrito la via del ritorno

gvonline 2 Agosto 2026 5 minuti letti
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dioc3 odissea

È curioso che un poema scritto quasi tremila anni fa riesca ancora oggi a riempire le sale cinematografiche di tutto il mondo. Evidentemente il successo dell’Odissea di Christopher Nolan non riguarda soltanto il cinema. Riguarda noi. Sono uscito dalla sala con una sensazione che raramente provo: non avevo visto soltanto un film, avevo attraversato una domanda. E forse è proprio questo che distingue un classico da qualsiasi altra storia. Un classico non finisce con i titoli di coda. Continua a lavorarti dentro.

Non mi interessa discutere se il film sia fedele o meno a Omero, né stabilire se sia il miglior lavoro del regista. Altri lo faranno. A me interessa un’altra domanda: perché, dopo quasi tremila anni, il viaggio di Ulisse continua a parlare così profondamente alla nostra vita?

Forse perché l’Odissea non racconta semplicemente un eroe. Racconta la fatica di diventare uomini. Ed è questo che rende un classico immortale: non offre risposte al suo tempo, ma pone domande che ogni epoca è costretta a rifarsi.

Nel film di Nolan Ulisse non è un superuomo. È un uomo intelligente, ambiguo, fragile. Porta sulle spalle il peso delle proprie decisioni e scopre, passo dopo passo, che ogni vittoria ha un prezzo. È una riflessione di straordinaria attualità. Viviamo in una società che ci educa a vincere, a raggiungere obiettivi, a primeggiare. Molto meno a fare i conti con le conseguenze delle nostre scelte.

La vera maturità comincia quando smettiamo di domandarci chi abbia sbagliato e iniziamo a chiederci quale parte di responsabilità appartenga anche a noi.

Le ferite più profonde non sono sempre quelle che gli altri ci infliggono. Sono anche quelle che noi stessi provochiamo e che continuiamo a portarci dentro.

C’è poi una parola antica che attraversa tutto il film e che oggi abbiamo quasi dimenticato: la nostalgia. Noi la usiamo come sinonimo di malinconia. Per i Greci era molto di più. Era il nóstos, il ritorno. E dalla parola nóstos, unita ad álgos (dolore), nasce nostalgia: il dolore del desiderio di tornare. Perché tornare non significa semplicemente rientrare a casa. Significa ritrovare se stessi.

E forse questa è la condizione dell’uomo contemporaneo. Viaggia ovunque, attraversa il mondo, comunica in tempo reale con chiunque, ma fatica sempre di più a ritrovare la strada verso la propria interiorità. L’Itaca che tutti cerchiamo, prima ancora che un luogo, è una pace. È quel punto in cui la nostra vita torna finalmente a coincidere con ciò che siamo davvero.

Forse il vero dramma del nostro tempo non è che abbiamo smesso di partire. È che non sappiamo più tornare. Torniamo a casa la sera, ma non torniamo più a noi stessi. E senza questo ritorno, ogni traguardo rischia di diventare soltanto un’altra tappa, mai un approdo.

La nostra epoca celebra chi parte, chi cambia continuamente, chi è sempre in movimento. L’Odissea, invece, celebra chi ritorna. E forse è questa la sua lezione più rivoluzionaria. Abbiamo imparato ad andare lontano, ma stiamo dimenticando la bellezza del tornare: tornare a una casa, a un volto, a una promessa, a una parte autentica di noi stessi.

Forse il problema non è che i classici abbiano smesso di parlarci. È che siamo noi ad aver smarrito una parte del loro linguaggio. Sappiamo ancora vedere l’avventura, la guerra, la violenza, gli effetti speciali. Facciamo più fatica, invece, a riconoscere il silenzio, l’attesa, la fedeltà, il mistero. Eppure è proprio lì che i grandi racconti continuano a custodire il loro segreto.

L’altro grande tema è quello del limite. Gli antichi lo chiamavano hybris: la superbia di credere che tutto ciò che è possibile sia anche giusto. È una tentazione che attraversa ogni epoca. Le civiltà non crollano in un giorno. Si consumano lentamente, ogni volta che spostano un po’ più avanti il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, tra ciò che è giusto e ciò che è semplicemente possibile.

Per questo una delle frasi più intense del film suona come un monito rivolto anche a noi: «Non cercare gli dèi negli uomini. Rimarrai solo deluso.»

È una frase che descrive perfettamente il nostro tempo. Continuiamo a costruire idoli: leader, personaggi pubblici, influencer, uomini e donne ai quali chiediamo di essere perfetti. Poi, inevitabilmente, li abbattiamo. Ma nessun essere umano può sostenere il peso di essere un dio. Quando pretendiamo la perfezione dagli altri, prepariamo soltanto la nostra delusione. L’uomo non ha bisogno di essere divinizzato. Ha bisogno di essere riconosciuto nella sua grandezza e, insieme, nella sua fragilità.

L’altra frase del film completa la prima: «Il potere che ha un sacrificio dipende dal costo che ha per chi lo compie.»

È un’affermazione semplice, ma attraversa tutta la vita. Oggi la parola sacrificio sembra quasi fuori moda. Preferiamo parlare di successo, di efficienza, di risultati immediati. Eppure tutto ciò che conta davvero nasce da qualcosa che costa. Un amore, un’amicizia, una famiglia, un figlio, un’opera d’arte, una scelta morale. Il valore di una vita non si misura da ciò che possiede, ma da ciò che è disposto a donare.

Forse è proprio questo che continua a rendere viva l’Odissea. Non ci insegna come attraversare il mare, ma come attraversare noi stessi. Ci ricorda che il viaggio più lungo non è quello che separa Troia da Itaca, ma quello che conduce un uomo dalla presunzione alla responsabilità, dall’orgoglio alla consapevolezza, dalla fuga al coraggio di guardarsi dentro.

L’Odissea non finisce quando Ulisse approda a Itaca. Finisce ogni volta che un uomo ritrova il coraggio di tornare a se stesso. Perché, in fondo, Itaca non è un’isola. È il nome che diamo alla parte più vera della nostra vita.

Roberto Donadoni

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