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«Posso chiamarvi mamma e papà?»: storia di Leonardo e di un affido familiare

gvonline 2 Agosto 2026 6 minuti letti
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pnone affido

«Ma io posso chiamarvi mamma e papà?»: Leonardo, 4 anni, è arrivato da pochi giorni a casa di Sara e Luca, quando pone questa domanda. «È stato uno dei momenti più teneri. Ma oltre ai momenti di affetto ci sono tante ragioni per cui abbiamo scelto l’affido e ne siamo contenti, a partire dal fatto che ci sentivamo di voler restituire qualcosa di ciò che abbiamo avuto dalla vita. Io, in particolare, mi ritengo fortunata per le esperienze che ho potuto vivere grazie a genitori, animatori, educatori, che si sono messi volontariamente a disposizione e hanno fatto del bene a me, per tutta la mia vita».

Per i mestrini Sara e suo marito Luca, insomma, accogliere in casa il piccolo Leonardo non è stato il compimento di un disegno perfetto scritto a tavolino, ma un atto di gratitudine e di affidamento reciproco. Un ponte gettato sopra le paure per offrire un approdo sicuro a un bambino che ne aveva bisogno.

Tutto nasce da un’amica: «Questa cosa fa per te». Per Sara, la storia con l’affido affonda le radici nel tempo. La scintilla si accende quando la Regione Veneto avvia un progetto pilota per istituire l’albo dei tutori volontari dei minori, una figura incaricata di curare gli interessi legali, burocratici e amministrativi dei bambini allontanati dalle famiglie d’origine o giunti in Italia da soli. A proporle di frequentare il corso è un’amica assistente sociale, consapevole della passione che Sara ha sempre messo nel mondo dell’educazione e dell’animazione, in ambito parrocchiale e diocesano. «Questa cosa fa per te», le dice. E centra il bersaglio: le amiche vere spesso aprono orizzonti…

Per una decina di anni Sara veste i panni del tutore legale per circa una dozzina di ragazzi. Si occupa di pratiche sanitarie, iscrizioni scolastiche, rinnovi di permessi di soggiorno e udienze in tribunale. Un ruolo prettamente formale e amministrativo, che per legge non coincide con la gestione della cura quotidiana — riservata ai servizi sociali o alle famiglie affidatarie — ma che Sara interpreta con una dedizione piena.

È proprio sfiorando da vicino queste realtà che nasce la consapevolezza che l’affido sia qualcosa di immensamente diverso: non solo carte o adempimenti, ma la protezione a 360 gradi dentro ad una casa, un abbraccio capace di ricostruire la fiducia incrinata… Insieme al marito Sara frequenta un primo corso di formazione all’affido con il Comune di Venezia, e il progetto di affido non si concretizza solo per motivi lavorativi, ma l’idea rimane lì, a decantare.

Un giorno, cambiate alcune condizioni, davanti a una tazzina di caffè Sara scambia qualche battuta con una assistente sociale, che riaccende il desiderio: «Ma perché non provi a fare l’affido tu? Ne abbiamo tanto bisogno».

Tornata a casa, Sara ne parla con il marito. Tra loro basta uno sguardo per capire che è il momento di fare il passo decisivo. «Eravamo emozionati — ricorda lei — come quando siamo andati a fissare la data delle nozze. Quando abbiamo scritto la mail a quattro mani e abbiamo schiacciato invio, ci siamo guardati e Luca mi ha detto: «Vai, vai!». Avevamo la sensazione di aver varcato la soglia di un punto di non ritorno».

Dopo un percorso valutativo e preparatorio articolato tra il distretto socio-sanitario e i servizi di Mestre, nella seconda metà del 2024 la coppia conclude l’iter formale. La telefonata dei servizi giunge a brevissimo: tra le storie esaminate c’è quella di Leonardo, un bimbo di quattro anni, già allontanato dalla famiglia di origine.

Il giorno del pallone, quello della fiaba, quello dell’ira… Così prende il via il percorso di avvicinamento: il primo incontro avviene portando in dono un pallone. Seguono i primi pomeriggi insieme, qualche uscita al mare e, infine, la prima notte trascorsa a casa di Sara e Luca. Un momento indimenticabile, scandito dalla voce di Sara che legge quattro volte di seguito la stessa fiaba per rassicurare un bambino terrorizzato dall’idea di chiudere gli occhi e perdere il controllo.

L’ingresso definitivo in famiglia porta con sé gioie immense e fatiche sconosciute. La difficoltà più grande risiede nel gestire gli scatti di rabbia di Leonardo, impreparato a verbalizzare con le parole il vortice di pensieri e irrequietezza che gli si muove dentro. Di fronte a un bimbo che piange, si sfila le calze e batte i piedi nascondendosi sotto il tavolo, le spiegazioni razionali degli adulti falliscono. Su consiglio di un’amica, Sara impara l’arte del contenimento fisico e affettivo: prende il bambino tra le braccia, lo ninna e gli dà il permesso di sfogarsi. «Gli dicevo: lo so che sei arrabbiato, piangi, grida, buttala fuori questa rabbia. E lui, un po’ alla volta, si calmava».

Accanto ai momenti duri, si aprono squarci di infinita tenerezza. Durante uno dei primi pomeriggi di avvicinamento, mentre gioca con la schiuma nella doccia facendosi i baffi da Babbo Natale, il piccolo chiede a Sara di chiamare Luca. E guardando la coppia negli occhi, pronuncia con semplicità disarmante una domanda che segna il loro destino: «Ma io posso chiamarvi mamma e papà?». Per Sara e Luca la risposta è immediata e colma di commozione, consapevoli di quanto un bambino abbia bisogno di dare un nome e un ruolo a chi si prende cura di lui.

L’affido è a tempo, «ma quel che conta è il nostro tempo assieme». Sara non nasconde i momenti di scoramento: «Di “rimandarlo indietro” no, non ci è mai venuto in mente. Ma di chiederci se ce l’avremmo fatta, quello sì, soprattutto finché non abbiamo imparato a gestire le sue crisi».

Sullo sfondo resta la consapevolezza che l’affido è, per definizione, un legame a tempo, una misura temporanea pensata per proteggere il minore in attesa che si compia il suo percorso. Un pensiero che all’inizio spaventava Luca, timoroso di soffrire troppo al momento del distacco. «Ci si starà male, sicuramente», conclude Sara. «Io adesso allontano da me questo pensiero, ma so che è là. L’importante è sapere che stai mostrando a Leonardo che esiste un altro modo di vivere e di voler bene, un modello che non andrà perso e che lui non perderà».

Giorgio Malavasi

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