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Il Patriarca al Festival di Tempi: «La fede genera cultura quando incontra la ragione»

gvonline 19 Giugno 2026 5 minuti letti
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lit2 caorle

Quale ruolo per il cristianesimo in una società secolarizzata e post-cristiana? E come può la Chiesa parlare all’uomo contemporaneo? Attorno a queste domande si è sviluppato l’intervento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia al Festival di Tempi svoltosi a Caorle. La manifestazione, promossa dalla rivista fondata da Luigi Amicone, riunisce ogni anno esponenti del mondo ecclesiale, culturale, politico e imprenditoriale per discutere temi di attualità, società e fede.

Nel dialogo dedicato al tema delle «minoranze creative», Moraglia ha richiamato una riflessione sviluppata già negli anni del Concilio dall’allora teologo Joseph Ratzinger. Il riferimento è al confronto tra due grandi interpreti della storia moderna: Oswald Spengler e Arnold J. Toynbee. Se il primo vedeva l’Occidente e la cristianità avviati verso un inevitabile declino, Toynbee individuava invece nelle «minoranze creative» il soggetto capace di generare risposte nuove nei momenti di crisi delle civiltà.

Da qui la domanda del Patriarca: esistono oggi comunità cristiane realmente generative? Più che fornire una risposta definitiva, Moraglia ha indicato dei criteri. Le comunità che incidono nella storia, ha osservato, nascono da persone fortemente motivate che vivono un rapporto reale con Gesù Cristo e sanno tradurre tale esperienza personale in una presenza culturale e sociale.

In questa prospettiva ha fatto riferimento al carisma e alla spiritualità domenicani in rapporto all’eresia catara tra XII e XIII secolo nella Francia meridionale. A risultare decisiva non fu solo la presenza “istituzionale” della Chiesa, ma la testimonianza di uomini capaci di coniugare povertà evangelica e ragione teologica. Una sintesi ben espressa dal motto domenicano contemplata aliis tradere, «trasmettere agli altri le cose contemplate».

La riflessione si è poi spostata sulla realtà veneziana. Quando Angelo Giuseppe Roncalli arrivò come Patriarca nel 1953, il centro storico contava circa 170 mila abitanti; oggi i residenti sono meno di 50 mila. Una riduzione che, ovviamente, ha modificato strutturalmente il volto della città e il modo stesso di pensare l’azione pastorale. A questo si aggiunge una pressione turistica crescente che a Venezia oscilla attorno ai 25 milioni di visitatori annui e che, di fatto, incide su uno spazio urbanistico equivalente a due tre quartieri di Roma.

Il Patriarcato di Venezia presenta inoltre una conformazione territoriale particolarmente articolata. Pur essendo un’unica diocesi, comprende quattro zone pastorali molto diverse tra loro – Venezia, Mestre/Marghera, Riviera del Brenta e Litorale – che, per caratteristiche sociali, economiche e culturali, possono apparire quasi come diocesi differenti aggregate in un unico territorio ecclesiale.

In questo contesto mons. Moraglia ha preferito parlare di «segni» e  «scelte» piuttosto che di comunità generative già compiutamente formate. Tra questi ha indicato l’adorazione eucaristica perpetua promossa nell’area di Rialto, nel cuore della città più frequentata dai turisti. Un altro esempio è quello degli evangelizzatori di strada, presenti durante il Carnevale o in occasioni come Halloween; gruppi di laici che incontrano le persone nelle calli e nelle piazze proponendo momenti di dialogo, ascolto e preghiera invitandoli ad entrare in una chiesa vicina per un momento di silenzio interiore.

Il Patriarca ha ricordato la testimonianza di una farmacista veneziana impegnata in questa esperienza che comporta l’abbandono delle proprie sicurezze sociali e professionali per esporsi all’incontro con l’altro, accettando anche il rischio dell’incomprensione o del rifiuto. Un’immagine che mons. Moraglia ha accostato all’episodio di san Paolo all’Areopago di Atene, quando l’annuncio cristiano venne accolto da alcuni con derisione, da altri con scetticismo e da pochi con interesse.

Per il Patriarca, tuttavia, questione decisiva è quella culturale. In una società secolarizzata non basta (anzi è sbagliato) limitarsi ad indicare ciò che è lecito o illecito. Occorre proporre un percorso capace di mostrare la ragionevolezza della fede, la sua pertinenza rispetto alle domande dell’uomo contemporaneo, la capacità di suscitare gioia che è altro dall’essere contenti. In una cultura scristianizzata il rapporto tra fede e ragione diventa essenziale anche per comprendere la dottrina sociale della Chiesa e la sua presenza nello spazio pubblico.

Nella parte finale dell’incontro il Patriarca ha affrontato il tema della sinodalità, richiamando il dibattito sviluppatosi negli ultimi anni in Germania. Affermando l’importanza dei processi di ascolto e consultazione, ha invitato a interrogarsi sul loro scopo ultimo. Per Moraglia, ogni riforma trova il proprio significato se aiuta la Chiesa a rimanere fedele alla sua missione evangelizzatrice.

Il riferimento alla Germania è stato anche l’occasione per richiamare – da parte del giornalista Matteo Matzuzzi – la crisi vocazionale che attraversa gran parte dell’Europa. Nelle 27 diocesi cattoliche tedesche – ha detto – sono stati ordinati nel 2024 solo 29 nuovi sacerdoti e appena 25 nel 2025; un dato che, secondo il Patriarca, impone di interrogarsi non solo sulle strutture ecclesiali ma sulla capacità della Chiesa di generare fede, appartenenza e vocazioni.

Mons. Moraglia ha infine richiamato la figura del cardinale inglese John Henry Newman, che Leone XIV ha proclamato Dottore della Chiesa. Newman – ha osservato – rappresenta la sintesi significativa tra fede, ragione, coscienza e ricerca della verità a partire dal cuore dell’uomo come recita il suo motto cardinalizio: cor ad cor loquitur. E si torna così al tema centrale dell’incontro: il cristianesimo incide nella storia quando genera una cultura capace di sostenere l’annuncio del Vangelo, confrontandosi con le domande più profonde dell’uomo del nostro tempo. (GV)

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