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Trasportare Venezia in terraferma: la previsione (per il 2300) di uno studio scientifico

gvonline 17 Aprile 2026 4 minuti letti
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DLS Venetie Paden en lijnen 07-2025 v21

DLS Venetie Paden en lijnen 07-2025 v21

Attorno al 2300, quando è prevedibile che il livello dei mari potrebbe essere di 4,5 metri più alto di quello attuale, Venezia potrebbe essere salvata solo rilocalizzandola – cioè trasportandola – in terraferma.

È una delle ipotesi che si leggono in uno studio pubblicato da Scientific Reports del gruppo Nature e intitolato “Long-term adaptation pathways for Venice and its lagoon under sea level rise”, un team di scienziate e scienziati coordinato dal professor Piero Lionello, ordinario di Fisica dell’Atmosfera e Oceanografia presso l’Università del Salento, co-coordinatore di MedECC (Mediterranean Experts on Environment and Climate Change) e già presidente della rete MedCLIVAR (Mediterranean CLImate Variability) dal 2006 al 2025.

Il tema dello studio è “Salvare Venezia”, con strategie di protezione e adattamento al cambiamento climatico che consentano di preservare la città per le generazioni future.

Gli autori delal ricerca oltre, a Lionello, Valeria Di Fant (TU Delft, Paesi Bassi), Ulysse Pasquier (Utrecht University, Paesi Bassi), Luigi Tosi (Consiglio Nazionale delle Ricerche), Gonéri Le Cozannet (BRGM – French Geological Survey, Francia), Robert J. Nicholls (University of Southampton, Regno Unito), Wolfgang Cramer (Aix Marseille Université, Francia), Roger Cremades (University of Leeds, Gran Bretagna), Carlo Giupponi (Università Ca’ Foscari di Venezia), Jochen Hinkel (Global Climate Forum, Germania), Adriano Sfriso (Università Ca’ Foscari di Venezia), Pietro Teatini (Università di Padova), Athanasios T. Vafeidis (University Kiel, Germania),  Georg Umgiesser (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e Marjolijn Haasnoot (Utrecht University, Paesi Bassi) –  hanno considerato quattro possibili strategie per salvare Venezia dall’innalzamento del livello del mare nei prossimi 300 anni: barriere mobili, dighe ad anello, chiusura della laguna, e rilocalizzazione della città.  Fatta salva l’urgenza di interventi tempestivi che proteggano Venezia, patrimonio mondiale dell’UNESCO, tali strategie suggeriscono anche in che modo i risultati ottenuti dovrebbero servire a indirizzare meglio la pianificazione a lungo termine di protezione della città e delle sue fragilità.

Venezia ha subìto un aumento della frequenza delle inondazioni negli ultimi 150 anni. Le attuali difese contro le acque alte includono un sistema di barriere mobili situate alle bocche di porto della laguna, il cosiddetto MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico). Gli autori dello studio hanno valutato strategie di adattamento esistenti e potenziali per Venezia, confrontandole con le proiezioni locali di innalzamento del livello del mare basate sul Sesto Rapporto di Valutazione dell’IPCC. Scienziate e scienziati stimano che, con ulteriori interventi, le attuali barriere mobili potrebbero risultare efficaci fino a un innalzamento del livello del mare di circa 1,25 metri. Tuttavia, questo valore potrebbe essere superato appunto entro il 2300 anche in uno scenario a basse emissioni, a causa del cambiamento climatico e della subsidenza del suolo, ossia dal progressivo naturale abbassamento del livello del suolo.

Tra le alternative considerate vi sono la protezione del centro storico mediante dighe che lo separino dal resto della laguna; la chiusura della laguna tramite un “super argine” e la rilocalizzazione della città, dei suoi abitanti e del patrimonio storico verso l’entroterra.

Gli autori dello studio pubblicato su Scientific Reports stimano che le dighe potrebbero rendersi necessarie oltre un innalzamento di 0,5 metri, soglia che potrebbe essere raggiunta prima del 2100 nello scenario ad altissime emissioni. Anche la strategia della laguna chiusa potrebbe risultare efficace oltre tale soglia, offrendo protezione fino a circa 10 metri di innalzamento del livello del mare. La rilocalizzazione della città potrebbe invece diventare necessaria oltre i 4,5 metri, valore possibile dopo il 2300.

Gli scienziati hanno poi utilizzato i costi di precedenti progetti ingegneristici (aggiornati ai prezzi del 2024) per stimare i costi e la fattibilità delle diverse strategie. Il sistema attuale di difesa dalle acque alte è costato circa 6 miliardi di euro. La costruzione di dighe potrebbe costare tra 500 milioni e 4,5 miliardi di euro, mentre la chiusura della laguna con un super argine supererebbe i 30 miliardi. La rilocalizzazione della città potrebbe arrivare fino a 100 miliardi di euro.

«Non esiste una strategia di adattamento ottimale – spiega Piero Lionello, primo autore dello studio -. Qualunque scelta dovrà consentire un bilanciamento fra interessi diversi: la sicurezza e il benessere dei residenti, la prosperità economica, la tutela degli ecosistemi lagunari, la conservazione del patrimonio culturale e il mantenimento delle tradizioni locali. Considerando che la realizzazione di grandi infrastrutture può richiedere tra 30 e 50 anni, una pianificazione anticipata è fondamentale».

«Questo studio dimostra che è possibile fare sistema degli studi esistenti e creare nuove conoscenze utili per stimolare un dibattito sul futuro della città di Venezia e la sua laguna, basato sulla scienza – sostiene Carlo Giupponi, professore all’Università Ca’ Foscari Venezia e coautore dello studio. – Se da un lato è evidente che non possiamo e non vogliamo prevedere il futuro dei prossimi due secoli ed oltre, dall’altro, è altrettanto vero che le tendenze sono incontrovertibili e che, purtroppo, le dinamiche dei fenomeni accelerano anche a causa della nostra inerzia nell’affrontare efficacemente le politiche di contrasto ai cambiamenti climatici».

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