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Don Peyron: l’intelligenza artificiale spazzerà via la mediocrità

gvonline Pubblicato:6 Aprile 2026 | Aggiornato:3 Aprile 2026 4 minuti letti
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Esiste una narrazione corrente, a metà tra il distopico e il rassegnato, che vede l’Intelligenza Artificiale come un rullo compressore destinato a schiacciare il lavoro umano, sostituendo impiegati con algoritmi e creativi con software generativi. Eppure, secondo don Luca Peyron, giurista, teologo e coordinatore del Servizio per l’Apostolato Digitale della diocesi di Torino, la realtà è radicalmente diversa: l’IA non è il carnefice dell’occupazione, ma lo strumento che potrebbe «spazzare via la mediocrità», liberando l’uomo dalle mansioni alienanti per restituirlo alla sua vera vocazione: la creatività e l’empatia.

Il caso InvestCloud e l’alibi tecnologico.

Partendo dalla stretta attualità – i 37 licenziamenti annunciati dall’azienda InvestCloud di Marghera – don Peyron è tranchant: «L’intelligenza artificiale lì è una scusa per fare un’altra roba». Secondo il sacerdote torinese, la tecnologia viene spesso usata come «parola magica» o alibi per coprire scelte manageriali discutibili, riorganizzazioni dovute a crisi di mercato o delocalizzazioni.

Una recente ricerca di Anthropic conferma il sospetto: ad oggi, l’integrazione dell’IA nelle imprese non ha ancora prodotto quel ritorno di produttività tale da giustificare tagli di massa. «Dire che licenzio la segretaria perché l’IA scrive le e-mail al posto suo è una frase da letteratura di serie K», afferma don Peyron. Il vero giornalismo, la vera medicina o la vera industria non sono fatti di compiti ripetitivi che una macchina può processare in dieci secondi.

I due rischi: lo spiazzamento e il «socio occulto».

Nonostante l’ottimismo antropologico, il sacerdote non ignora le insidie. Il primo rischio è lo spiazzamento. La velocità con cui l’IA sta entrando nel sistema produttivo rischia di trovare impreparati sia i lavoratori che i manager. Per questo, l’appello è a una massiccia opera di «evangelizzazione digitale»: informare velocemente per evitare due derive opposte, «l’entusiasmo idiota» di chi crede alle soluzioni magiche e il «luddismo deficiente» di chi vorrebbe distruggere le macchine per paura.

Il secondo rischio, più strutturale e geopolitico, riguarda la dipendenza tecnologica. Le aziende che oggi affidano il 90-95% dei propri processi a software esterni (spesso americani o cinesi) stanno inserendo in casa un «socio occulto». «Oggi la licenza di un software ti costa 100», spiega don Peyron con un esempio calzante nel settore assicurativo, «ma domani, quando avrai mandato tutti in pensione e non avrai più persone capaci di valutare un danno senza la macchina, quel socio potrà chiederti 10.000. E tu dovrai pagare, o chiudere bottega». È la fine del diritto di proprietà come lo conoscevamo: non possediamo più gli strumenti, li prendiamo in affitto.

Dalla “burocrazia” alla “cura”: il ritorno all’essere.

L’IA, secondo don Peyron, ha un merito storico: evidenziare ciò che è mediocre. Se un giornalista si limita a fare il riassunto di un comunicato stampa o un medico a compilare scartoffie, non stanno esprimendo il loro valore.

«L’IA toglie burocrazia, non lavoro», insiste il sacerdote. Un infermiere liberato dal compito meccanico di spezzare pastiglie può tornare a fare ciò che una macchina non farà mai: stare accanto al paziente, valutarne lo stato psicologico, offrire empatia. La professionalità non è l’atto tecnico, ma la «vicinanza empatica». In questo senso, la tecnologia «capacita chi è capace», permettendo al talento individuale di emergere laddove prima era soffocato dalla ripetitività.

Contro l’illusione della norma: serve una cultura.

Di fronte a questi cambiamenti, la risposta dell’Europa è spesso un’ossessione regolatoria. Ma per don Peyron, l’AI Act e le leggi nazionali rischiano di nascere già vecchie o di essere inutili se prive di un supporto culturale. «Immaginare che una norma possa coprire l’assenza di una cultura è follia», ammonisce. Come per i grandi temi sociali, non basta alzare le pene per risolvere il problema: serve educazione. La legge senza cultura parla a un mondo che non esiste più.

La via della «Sartoria Tecnologica».

Qual è dunque la strada per l’impresa italiana? Non la competizione frontale con i giganti della Silicon Valley sulla quantità di dati, ma la specializzazione. «L’Europa deve puntare su un’intelligenza artificiale di boutique», conclude don Peyron.

Invece di adottare sistemi generici «pronti all’uso», le piccole e medie imprese dovrebbero costruire abiti su misura: sistemi predittivi o agentici creati appositamente per risolvere problemi specifici della propria filiera. La sovranità tecnologica passa per la consapevolezza dei propri bisogni: «L’impresa che vince è quella che scommette sulle persone. Le macchine le hanno tutti; la differenza la farà chi sa quando smettere di usarle per tornare a pensare».

Giorgio Malavasi

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