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Fondazione Cini: concluso il restauro del “Sogno di Giacobbe” di Valentin Lefèvre

gvonline Pubblicato:19 Marzo 2026 | Aggiornato:19 Marzo 2026 3 minuti letti
2 visualizzazioni
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Dopo un complesso intervento conservativo, la tela degli anni Cinquanta del Seicento di Valentin Lefèvre, situata sulla volta dello Scalone del Longhena a Venezia, è stata ricollocata nella sua sede originaria. Originario di Bruxelles, Lefèvre si stabilì a Venezia a metà del XVII secolo. Il Sogno di Giacobbe rappresenta la sua opera pubblica più prestigiosa in città. Lo stile fonde il classicismo di matrice veronesiana con le ombreggiature tipiche dei “tenebrosi”, corrente attiva a Venezia nel secondo Seicento. L’opera, datata 1671, non subiva interventi strutturali significativi da secoli e presentava un avanzato stato di degrado dovuto alla collocazione in un ambiente esposto a forti escursioni termiche e correnti d’aria.

L’intervento, durato circa un anno e condotto dalla ditta Seres Srl sotto la direzione di Paolo Roma, ha permesso di recuperare dettagli compositivi che erano stati occultati dalla stratificazione di depositi atmosferici e vernici alterate.

Il dettaglio più rilevante emerso durante la pulitura è la scala popolata di angeli al centro della composizione, simbolo della profezia biblica di Giacobbe, che risultava quasi invisibile prima del restauro. La rimozione delle patine scure ha inoltre rivelato una gamma cromatica basata su rossi, azzurri e residui di lacche violacee, tipiche della formazione veneta dell’autore, influenzata dallo stile di Paolo Veronese.

Il restauro è stato preceduto da una fase diagnostica sperimentale curata da Mauro Missori. Per la prima volta su quest’opera è stata utilizzata la spettroscopia a distanza, una tecnica che ha permesso di mappare i pigmenti e lo stato di conservazione delle vernici senza la necessità di allestire immediatamente ponteggi o movimentare la tela, grande oltre nove metri quadrati (4,5 x 2 metri).

Un momento del restauro

Le operazioni strutturali hanno compreso la rimozione della vecchia foderatura in quanto la tela di rinforzo ottocentesca è stata rimossa poiché degradata e intrisa di colle animali che danneggiavano il supporto originale, un nuovo supporto sintetico ha permesso di applicare l’opera su una nuova base più stabile e la sostituzione del telaio di legno con un telaio metallico a tensione autoregolante, necessario per contrastare le sollecitazioni climatiche dello scalone.

Parallelamente ai lavori, una ricerca presso l’Archivio di Stato di Venezia ha portato al ritrovamento di una “poliza” (perizia) del 16 dicembre 1671. Il documento, approvato dall’architetto Baldassarre Longhena, elenca con precisione i costi e i materiali utilizzati per la cornice lignea originale (legno di albeo e cirmolo del Cadore), confermando il legame diretto tra il progettista dello scalone e la commissione del dipinto.

L’intervento è stato sostenuto da San Marco Group in collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini, che ha ospitato il laboratorio di restauro all’interno del complesso di San Giorgio Maggiore.

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