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Tre mestrini al Giubileo della Speranza in Ucraina: «Abbiamo portato vicinanza»

gente veneta Pubblicato:11 Ottobre 2025 | Aggiornato:9 Ottobre 2025 4 minuti letti
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Non hanno portato medicine o generi alimentari: hanno portato la loro vicinanza. Ed è anche di relazioni umane concrete – e di amicizia – che l’Ucraina ha bisogno. La sensazione diffusa, d’altronde, è che la guerra non finirà presto e perciò, a maggior ragione, c’è bisogno di umanità e della percezione che non si è soli.

A raccontare ciò che hanno visto sono i coniugi mestrini Cecilia Volpato e Amelio Petrella che con il figlio Paolo hanno partecipato nei giorni scorsi al viaggio organizzato nell’ambito del Giubileo della Speranza in Ucraina. In totale erano 110 persone, rappresentative di 35 associazioni tra cui Azione Cattolica (di cui fa parte la famiglia mestrina), Acli, Anci, Movi, Masci, Agesci, Base Italia, Fondazione Gariwo, Piccoli Comuni del Welcome, Reti della Carità, Progetto Sud, Ordine Francescano Secolare. Il tutto nel contesto della quattordicesima missione in Ucraina del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (Mean).

Perché siete partiti?

All’inizio, avevamo trovato la locandina in una chat e ci siamo incuriositi; poi, approfondendo, abbiamo capito che era proprio quello che cercavamo. A muoverci è stato il desiderio di vicinanza e di portare vicinanza. Ed un po’ di curiosità, non morbosa, ma sana: come si vive in guerra, come si trasforma la tua vita… Perché era qualcosa al di là delle adesioni, delle offerte, delle parole e delle sensibilizzazioni. Un’occasione concreta di fare qualcosa per la pace, con una organizzazione ben strutturata e seria, il Mean, con alle spalle ben tredici missioni in Ucraina e tutta un’altra serie di attività, tra cui, non ultima, la volontà di costruire i Corpi Civili di Pace.

In che città siete stati?

Kiev e Kharkiv. Nella capitale abbiamo incontrato il nunzio apostolico – l’unico diplomatico rimasto in Ucraina dallo scoppio della guerra – e visitato luoghi simbolo, come il Muro della Memoria e Piazza Maidan; ma ci siamo stati poco. Poi, sia il nunzio che il vescovo di Kiev sono venuti con noi a Kharkiv. Al confine, avevamo paura di cosa potessimo trovare, ma abbiamo trovato vita: pensa, hanno aperto il teatro filarmonico per noi e ci hanno offerto un concerto d’organo. Ci siamo spostati in treno, perché è il principale mezzo ed il più sicuro, anche più della macchina.

Cosa vuol dire concretamente andare in un contesto di guerra a promuovere l’azione non violenta?

Siamo stati ringraziati di continuo e all’inizio ci pareva pure strano. Poi abbiamo capito che non servono solo aiuti economici, ma anche vicinanza. Andare lì, stare con loro, incontrarli. Il rettore di un’Università di Kharkiv che abbiamo conosciuto ci ha detto: «La guerra è un male assoluto. Distrugge tutto. Ma c’è una cosa più brutta della guerra ed è l’indifferenza. Voi ricordate a noi che esiste un mondo che non è rimasto indifferente». Hanno il bisogno di non sentirsi soli.

Che società avete visto? Che spirito conserva?

Non abbiamo percepito risentimento, né toni rabbiosi, ma abbiamo incontrato una popolazione fiera e viva: appena possono, cercano di ricostruire; c’è attenzione per gli spazi comuni e per la comunità. Per fare un esempio, alcune pensionate tengono puliti i parchi di Kharkiv. Poi, abbiamo visto molti riferimenti all’Europa. Allo stesso tempo, c’è da dire che la percezione generale è che non finirà presto. Eppure, la cosa che più ci ha colpito è stata la dignità con cui si comportavano, con cui parlavano, anche delle vicende più tristi, con cui erano organizzati i luoghi comuni di ristoro ed emergenza…

E quale Chiesa?

Una Chiesa viva, perché vicina alla gente. Il patriarca di rito greco non si faceva problemi ad andare in giro, nelle tende di ristoro, o a preparare il caffè. E sono stati estremamente significativi i momenti di preghiera ecumenica, con le quattro confessioni cattoliche. C’erano una forza, uno spirito potenti in quei momenti. D’altronde, dove due o tre sono riuniti nel mio nome…

Quando eravate già sulla via del ritorno, siete rimasti fermi più del previsto alla stazione di Leopoli, perché a pochi chilometri da voi si stava consumando un violento attacco russo…

Ci ha fatto capire quello che si prova in guerra. Il rumore era tremendo. Penso ai bambini, che, peraltro, non vanno fisicamente a scuola dai tempi del Covid: loro crescono davvero nel terrore.

Come tornate a casa?

A casa portiamo un messaggio importante: che per la pace si può fare di più, che si può osare di più, perché la pace si deve osare. E per noi si è aperto un mondo, soprattutto di persone che con tanta determinazione e con tanta competenza stanno compiendo gesti di pace, di vicinanza, di solidarietà: si può fare tanto prima che le guerre inizino, proprio perché non inizino. È stata una scuola di vita, che non si può esaurire qua. Quindi, capiremo cosa possiamo fare. Primo tra tutti, sicuramente, testimoniare: raccontare cosa abbiamo visto e vissuto.

Carlo Millino

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