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Amianto: in Veneto ancora 800 siti pubblici da bonificare

gente veneta Pubblicato:26 Luglio 2025 | Aggiornato:24 Luglio 2025 3 minuti letti
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att amianto

Team of scientist wearing a chemical protection suit and high efficiency filter face mask working in the bio - chemical contaminated factory. Bio chemical scientists working in the hazardous area.

Un assassino silenzioso, un cecchino che colpisce decenni dopo l’esposizione. Possono passare anche quarant’anni prima che l’inalazione delle microfibre di amianto provochi infiammazioni letali. Una lunga attesa che culmina, spesso, in diagnosi irreversibili: asbestosi, tumore polmonare, mesotelioma pleurico.

L’Inail stima che ogni anno in Italia si ammalino per mesotelioma dalle 1.500 alle 1.800 persone. I decessi complessivi legati all’amianto superano le 4 mila unità l’anno. In Veneto, i casi di mesotelioma registrati tra il 1993 e il 2022 sono circa duemila, con epicentro a Venezia – nell’area industriale di Porto Marghera – e a Padova. A Treviso, l’esposizione si lega più all’edilizia e ai comparti agricoli e artigianali. Ma questa mappa non è esaustiva: molte diagnosi mancano all’appello, e molte strutture contaminate non risultano censite.
Una lunga battaglia Per decenni l’amianto – o asbesto – è stato considerato un materiale prodigioso. Resistente al fuoco, leggero, isolante, economico. Nessuno, o quasi, sembrava preoccuparsi della sua natura insidiosa. Dai tetti alle tubature, dai freni delle auto ai cantieri navali, dai tessuti ignifughi ai rivestimenti domestici, era ovunque. La sua diffusione fu capillare. In Italia, la multinazionale Eternit – con stabilimenti a Casale Monferrato, Broni, Siracusa – ne fece un simbolo industriale.

Eppure già alla fine degli anni ’40 medici e tecnici avevano rilevato anomalie polmonari tra gli operai. Fu il professor Giulio Maccacaro, medico e scienziato, fondatore della rivista “Sapere”, ad alzare per primo la voce in modo sistematico, tra gli anni Sessanta e Settanta. Ma fu solo la battaglia civile e giudiziaria avviata dal giornalista Beppe Ruggiero e dall’Associazione familiari vittime dell’amianto, a Casale Monferrato, a infrangere il muro di silenzio e negazione. Quel che emerse fu devastante: l’amianto uccideva da anni. E nessuno interveniva.

Il pericolo risiede nelle sue fibre microscopiche. Quando si deteriorano o vengono rimosse senza adeguate precauzioni, si disperdono nell’aria e vengono inalate. Entrano nei polmoni, nei tessuti pleurici, e restano lì. Non si dissolvono, non vengono smaltite dall’organismo. Provocano infiammazioni croniche, cicatrici nei polmoni, mutazioni cellulari. Le patologie correlate hanno una latenza di venti, trent’anni, anche più. La legge 257 del 1992 ha messo al bando l’amianto in Italia. Troppo tardi. E non è bastata. Oggi si contano ancora oltre 370.000 edifici contaminati, secondo stime Ispra. Il censimento è incompleto, il monitoraggio discontinuo. Lo smaltimento è costoso, e spesso scoraggiato dalla burocrazia. Le lastre di amianto sono tra i rifiuti più frequentemente abbandonati nei fossi, nei cantieri dismessi, nelle discariche abusive. La microraccolta è attiva solo in alcuni Comuni.

In Veneto oltre 1.300 siti, poche le bonifiche. Nel Veneto, l’unico dato ufficiale parziale risale al 2020 ed è stato fornito da Arpav: 1.348 siti individuati, di cui 354 bonificati e 198 parzialmente bonificati. L’indagine ha riguardato scuole pubbliche e private, ospedali, impianti sportivi, edifici comunali, strutture sanitarie, e in parte anche il comparto agricolo e industriale. Non è chiaro quanti siano gli edifici privati contaminati: il decreto 8/8/1994 ne rende il censimento facoltativo.

Nel frattempo, tra la popolazione si è diffusa una sola regola di buon senso: se l’amianto è compatto e non danneggiato, non si deve toccare. Ma se inizia a sbriciolarsi, se affiora dai bordi dei tetti o si crepa nelle cantine, bisogna intervenire subito. Intervenire, però, significa sostenere costi elevati, affrontare iter complessi, contattare ditte specializzate. E in molti casi, semplicemente, si finge di non vedere.

Mariano Montagnin

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