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Con “rehub” nuova vita agli scarti del vetro di Murano

gente veneta Pubblicato:31 Ottobre 2024 | Aggiornato:31 Ottobre 2024 4 minuti letti
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econ re-hub

«Ogni anno, solo a Murano, vengono prodotti tra le 800 e le 1000 tonnellate di scarti di vetro. Col nostro lavoro riusciamo a processare e a dare nuova vita a qualche quintale di vetro a settimana: certo, è una piccola percentuale, ma da qualche parte bisogna pur iniziare», racconta Matteo Silverio, 38 anni, architetto e designer, fondatore, con la moglie Marta Donà, della start-up rehub, con sede proprio a Murano, nata con l’obiettivo di trattare il vetro che non ha le caratteristiche per essere riciclato nella classica campana.
«Grazie a mia moglie Marta, che ha ereditato l’azienda di famiglia, in cui si producono strutture per lampadari, lavoro da dieci anni con il vetro di Murano: un mondo in cui ho percepito subito quanta passione, amore e dedizione i maestri vetrai mettano nelle loro creazioni», spiega Silverio.

«Poi, lavorando al Padiglione della Sostenibilità per l’Expo di Dubai 2020 – dove mi avevano commissionato il coordinamento della produzione dei regali istituzionali per le alte cariche in visita ufficiale – mi sono reso conto della mole di rifiuti che venivano prodotti. E alla mia domanda secca ai vetrai, “riusciamo a fare qualcosa per evitare questo spreco?”, la risposta è stata, “no Matteo: purtroppo non si può fare nulla, perché questo è un vetro non riciclabile, un rifiuto industriale a tutti gli effetti e come tale va trattato: noi paghiamo per smaltirlo e basta”. Da quel momento ha iniziato a muoversi qualcosa nella mia testa per cercare di trovare una soluzione… e nel 2022 è nata rehub».
Matteo Silverio ha inventato il procedimento, in fase di brevettazione, che permette a rehub di dare nuovo valore agli scarti di vetro, in perfetta armonia coi principi dell’economia circolare, utilizzando il 70% in meno dell’energia normalmente impiegata per lavorare il vetro.
«Il vetro di Murano è sodico-calcico ed è quindi molto simile al vetro che noi utilizziamo per produrre vasetti, ma la differenza sostanziale è che, essendo colorato, è tecnicamente contaminato da ossidi metallici (quelli che gli danno il colore), che rendono problematico il riciclo: questi contaminanti, infatti, non possono entrare a contatto con gli alimenti e quindi di conseguenza entrare all’interno della filiera del riciclo di Coreve, l’ente italiano che gestisce la raccolta del vetro».
L’innovazione consiste nel fatto che, dopo aver ricevuto questo vetro, a rehub lo trattano e lo trasformano in una pasta malleabile, che ha una consistenza simile al pongo e che può essere lavorata a temperatura ambiente. «Quello su cui abbiamo lavorato molto all’inizio era di creare una specie di standard di lavorabilità che ci permettesse poi di trasformare e modellare questa pasta a mano o in alternativa di utilizzare processi industriali noti, come la laminazione, l’iniezione e la rullatura. Inizialmente ci siamo avvalsi di macchine commerciali e solo in seconda battuta abbiamo sviluppato un estrusore ad hoc, che ora è un brevetto depositato, per la stampa 3D. Grazie alla nostra soluzione possiamo promuovere una filiera di riciclo complementare, riducendo i rifiuti e l’utilizzo di materie prime, coerentemente con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite».
Pagare per smaltire rifiuti? E perché? Non dimentichiamo, infatti, che la sabbia – elemento base per la produzione del vetro – è la seconda materia prima più sfruttata al mondo dopo l’acqua e che per trasformare la sabbia in vetro è necessaria una grande quantità di energia (solitamente prodotta bruciando gas ed emettendo tonnellate di CO2). «Senza contare – argomenta l’imprenditore – che il nostro lavoro comporta un risparmio anche per le vetrerie di Murano, che dovrebbero altrimenti registrare quegli scarti come rifiuti per poi smaltirli adeguatamente, a pagamento».
I risultati della lavorazione degli scarti di vetro di rehub sono gioielli, oggetti decorativi e per la tavola, soluzioni per l’illuminazione, decorazioni, mobili, piastrelle e molto altro ancora. «Abbiamo creato diverse collezioni di manufatti di design con forti legami col nostro territorio», spiega Silverio. «Nassa, il nostro prodotto di punta, costituita da griglie create con un algoritmo che le distorce in un determinato punto, creando delle “imperfezioni” che rendono ogni pezzo unico, Terrazzo veneziano, ispirato alla tradizionale pavimentazione composta da granulati di marmo e pietre, e Ghebi, le cui linee ricordano le curve sinuose dei ghebi veneziani, i piccoli canali che, tra velme e barene, collegano le vie d’acqua principali alle zone più interne, sono le nostre prime sperimentazioni, che ora stiamo cercando di commercializzare: un modo non solo per autofinanziarci, ma anche per promuoverci, per farci conoscere. Abbiamo anche fatto personalizzazioni per alcune linee di moda e per l’Università Ca’ Foscari, che ci ha chiesto molti pezzi per premi e manifestazioni».
Valentina Pinton

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