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Il Patriarca a Passarella di Jesolo: la dedicazione della chiesa diverrà Storia

gente veneta 11 Giugno 2017 3 minuti letti
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passarella dedicazione uno

La comunità di Passarella di Jesolo raccolta sul sagrato della chiesa parrocchiale, le candele in mano. L’arrivo del Patriarca di Venezia, Francesco Moraglia. Lo scambio di saluti con le istituzioni e i cittadini e la processione che si avvia all’interno della chiesa per la celebrazione eucaristica e la dedicazione della casa di Dio (foto di Cristina Terreo).

 

«Un momento importante per tutta la comunità che resterà scolpito nella storia di questa realtà», lo ha definito il vescovo. E così è stato vissuto dai tanti fedeli che domenica 4 giugno hanno riempito la seppur piccola chiesa della frazione di Jesolo, segno di un’attenzione al sacro che ancora è presente, specialmente nelle piccole realtà.

«E’ un momento importante – ha ribadito dunque il Patriarca di Venezia alla comunità – perché la chiesa ci dice qualcosa di importante tra tutti gli edifici di una città: ci ricorda che non tutto è nelle mani dell’uomo. La chiesa è una catechesi viva in una città, in un paese. E’ un elemento che ci ricorda chi siamo, che l’uomo è immagine di Dio e che non esaurisce tutto nel suo cammino terreno. Pensate cosa sarebbe una città se avesse solo fabbriche, fattorie, campi, abitazioni e scuole, ma non avesse una chiesa».

L’aspersione con l’acqua santa di tutti i muri dell’edificio sacro, la deposizione alla base dell’altare delle reliquie di S. Aurelio martire e l’unzione con il crisma dell’altare stesso. Gesti che dicono l’importanza della dimensione spirituale accennata da Moraglia.

 

«Abbiamo bisogno del sacro soprattuto oggi – ha quindi aggiunto -. Il rischio più grande che corre l’umanità è di chiudersi in una forma di secolarismo, quell’atteggiamento che mette da parte Dio. Questo è il male fondamentale nella vita di una persona o di una comunità. Abbiamo bisogno di molte cose ma ci dimentichiamo che quella più importante è Dio. La chiesa al contrario ci ricorda che noi siamo destinati a qualcosa che va oltre il momento presente ma che dipende profondamente da come viviamo il momento presente».

«Noi siamo chiamati ad essere santi – conclude – e per poter esserlo abbiamo bisogno del sacro e viverlo in prima persona ogni giorno. Può accadere, come successo a San Paolo, di essere folgorati dalla Grazia di Dio, ma queste sono eccezioni. Vivere il sacro con gli strumenti che ci vengono messi a disposizione ci aiuta nell’incontro con Dio e la liturgia in questo senso rappresenta la prima e fondamentale catechesi».

Pierpaolo Biral

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